L'ALLARGAMENTO AD EST
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L’Unione Europea è paragonabile ad una cittadella in costruzione. Il primo nucleo affonda le sue radici in una necessità storica, politica ed economica risalente alla fine della Prima Guerra Mondiale ed esasperata dal bisogno di superare rivalità ataviche tra le nazioni europee. La sua nascita è’ stata un'idea strana e al tempo stesso coraggiosa della volontà dei popoli e dei governi regionali di superare le barriere politiche e ideologiche che allora dividevano l'Europa. Oggi vediamo diffondersi questo sentimento sempre di più tra i cittadini del continente, ma allora il gesto ha richiesto una straordinaria visione politica. Attraverso un processo che si è sviluppato in tappe diverse, l’Unione ha raggiunto successi politici ed economici che ne hanno fatto una vera potenza internazionale. Oggi parliamo di Europa dei 15, ma siamo destinati a crescere. A Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Irlanda, Regno Unito, Grecia, Spagna, Portogallo, Austria, Svezia, Finlandia si aggiungeranno, presumibilmente entro il 2008, Bulgaria, Cipro, Rep. Ceca, Estonia, Ungheria, Lithuania, Malta, Polonia, Romania, Rep. Slovacca, Slovenia e Turchia. Qualcuna di queste nazioni, con ogni probabilità, verrà accettata fin dal 2004.
La Direzione Generale Allargamento All’interno della Commissione Europea è stata creata la Direzione Generale Allargamento con lo scopo di aiutare i Paesi candidati all’adesione a raggiungere gli obiettivi fissati nei parametri di Copenaghen. Il suo ruolo è quindi diverso da quello delle altre DG. Essa opera come un organo fondamentalmente consultivo, con poteri d’indagine e d’indirizzo nell’ambito degli accordi di pre-adesione. E’ per così dire un “servizio d’assistenza”, che permette da un lato di controllare lo stato di maturazione dei candidati (la DG licenzia ogni anno un rapporto sui progressi di ciascuno Stato, redatto da propri agenti raggruppati in gruppi di lavoro, uno per ciascun candidato), e dall’altro di agevolare l’adattamento degli ordinamenti dei Paesi PECO (Paesi dell'Europa Centro Orientale) all’Acquis, un’operazione tutt’altro che facile, che presenta talvolta imprevisti di natura politica e talaltra di natura giuridica.
La strategia d’allargamento La strategia d’allargamento risale al 1991, dopo la caduta del muro di Berlino avvenuta nel 1989. Il 1989 ha segnato l’inizio di un processo di trasformazione dei paesi dell’Europa centro-orientale (PECO) senza precedenti: sul fronte politico il passaggio a regimi democratici, sul fronte economico la transizione dalla pianificazione centrale verso un’economia di mercato. Questo processo, non ancora terminato, è stato portato avanti attivando severe politiche di stabilizzazione macroeconomica (dell’inflazione e dei conti pubblici); la ristrutturazione della capacità produttiva; riforme istituzionali radicali (privatizzazioni e creazione di mercati per i beni e per i fattori produttivi); l’apertura del commercio internazionale. A questo punto le relazioni dell’Unione Europea sono state aperte a sostegno dei Paesi dell’Europa centro-orientale, in particolare attraverso la firma di specifici accordi commerciali con alcuni degli attuali candidati e con l’istituzione del programma PHARE, volto a fornire un concreto supporto finanziario alla ricostruzione ed alle riforme economiche.
I vantaggi dell’allargamento e le strategie di pre-adesione L’allargamento comporterà l’aumento del 34% del territorio dell’U.E. e l’aumento della popolazione sarà di circa 105 milioni di persone. Nel corso degli anni ’90, è stata introdotta la c.d. Strategia di Pre-Adesione: un quadro di riferimento politico ed economico sulle azioni ed i tempi per la realizzazione del processo, attraverso alcuni principi programmatici, rivolti in particolare ai Paesi dell’Europa centrale (per Cipro, Malta e Turchia, le tappe sono simili, ma le procedure sono diverse). Nel 1993 il Consiglio Europeo, riunito a Copenaghen, ha stabilito i criteri che avrebbero guidato i successivi allargamenti dell’Unione. Si tratta di requisiti minimi cui un candidato deve necessariamente rispondere per essere ammesso.
1. Criterio politico: istituzioni democratiche stabili Secondo i criteri politici di Copenaghen, il paese candidato deve aver raggiunto una stabilità istituzionale tale da garantire il rispetto della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti umani, nonché il rispetto e la tutela delle minoranze. Sono stati attuati piani d’intervento al fine di aiutare i paesi aspiranti a rafforzare la pubblica amministrazione, a riformare il sistema giudiziario ed il rispetto dei diritti umani. A tal proposito i piani d’azione, rivolti ad alcuni dei già citati Paesi, includono aspetti quali la carcerazione preventiva e la creazione di un sistema efficace che metta fine ai soprusi delle forse di polizia . 2. Criterio economico: Secondo i criteri economici di Copenaghen, i paesi devono disporre di un’economia di mercato funzionante in grado di far fronte alle pressioni concorrenziali e alle forze di mercato all’interno dell’Unione. 3. Recepimento dell’acquis: capacità di farsi carico degli obblighi derivanti dallo status di Stati Membri e condivisione degli obiettivi dell’Unione Politica, Economica e Monetaria Europea., cioè di adottare ed applicare l’acquisis. Le strategie per l’ampliamento varate dalla Commissione nel 2001 contemplano essenzialmente la capacità amministrativa di garantire il buon funzionamento del mercato interno, condizioni di vita sostenibili nell’Unione Europea, la tutela globale dei cittadini dell’Unione europea e la corretta gestione dei fondi comunitari. Ciò significa un adeguamento delle norme che riguardano il settore agricolo, l’ambiente, i trasporti, la sicurezza nucleare, l’efficienza energetica, la sicurezza alimentare, la tutela dei consumatori ecc. Dovranno disporre di strutture adeguate a livello centrale, regionale e locale in grado di applicare le norme riguardanti le commesse pubbliche, il controllo finanziario, sull’audit e sulla lotta contro le frodi e la corruzione. Questi criteri sono stati quindi articolati in un documento, rivisto ed analizzato periodicamente, che è insieme programmatico e descrittivo. A tale “vademecum” personalizzato ciascun candidato deve far riferimento nell’introdurre le riforme che lo guideranno verso la definitiva adesione. Dalla valutazione costante di tali elementi, la Commissione ha licenziato un documento nel novembre 2001 che evidenzia tre “classi” di Paesi, destinati ad accedere in tempi diversi. Il primo gruppo ha siglato partenariati di Adesione nel 1998 e contempla tra i suoi membri alcuni candidati che entreranno nell’UE con la prima “tornata” nel 2004: è ragionevole attendersi l’ingresso di Cipro, Malta, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia e Slovenia. Questi Stati sembrano soddisfare ormai quasi tutti i criteri, anche se note dolenti persistono in merito all’efficienza della pubblica amministrazione e dei metodi della polizia. Il secondo gruppo ha siglato partenariati di adesione nel 2000 e comprende alcuni candidati che solo in un secondo tempo accederanno all’UE: La Lituania, l’Estonia, la Slovacchia, in ritardo in materia agricola, societaria e molto altro; ultime risultano la Romania e la Bulgaria, che non stanno attuando il dettato degli accordi di pre-adesione. Due discorsi a parte vanno fatti per la Polonia e la Turchia. Per quest’ultima, la pregiudiziale democratica non appare ancora ad oggi soddisfatta. Per quanto riguarda la Polonia, desta invece preoccupazione la mancata accettazione delle proposte della Commissione relative alla applicazione temporanea delle libertà di circolazione delle persone e dei capitali ed all’applicazione non completa della PAC (Politica Agricola Comunitaria). Per tale ragione l’implementazione della Strategia di Pre-Adesione sarà adattata a ciascun Paese, costituendo percorsi ed introducendo velocità differenziate in base alle esigenze ed ai progressi compiuti nel tempo. Nonostante tutto, nei Paesi candidati si stanno compiendo grandi sforzi per adottare ed attuare il corpus di norme comunitarie noto come acquis communautaire, uno sforzo senza precedenti. La Commissione delle Comunità Europee non può transigere sul fatto che i candidati abbiano una capacità amministrativa e giudiziaria adeguata; requisito, del resto, che riguarda tutti gli Stati membri, non solo i Paesi candidati. E’ stato stimato che l’adesione di nuovi paesi porterà vantaggi economici intorno ai 10 miliardi di euro per l’UE dei 15 e di circa 23 miliardi di euro per i futuri membri. Un’Europa allargata implica, inoltre, diretti benefici destinati riversarsi su tutta l’area comunitaria, alcuni dei quali sono già direttamente riscontrabili. - L’estensione della zona di pace e stabilità economica in Europa, creerà le condizioni per la realizzazione di uno spazio di sicurezza e solidità democratica;- L’apporto di nuove unità in termini di popolazione e volumi economici rafforzerà e stimolerà la crescita e la creazione di occupazione- L’arrivo di nuovi membri arricchirà il contesto multiculturale e la diversità- La posizione dell’Europa nel mondo e nelle questioni internazionali continuerà a crescere in termini di peso e capacità decisionali.
A Nizza, in occasione del Consiglio europeo riunito dal 7 al 9 dicembre 2000, i capi di Stato e di governo dei 15 paesi membri hanno concluso la Conferenza intergovernativa per la riforma delle istituzioni giungendo a un accordo politico su un progetto di nuovo trattato. Quest'ultimo apporterà delle modifiche al trattato sull'Unione europea, ai trattati delle Comunità europee nonché al protocollo sull'allargamento dell'Unione europea. Per poter entrare in vigore, il nuovo trattato ha bisogno di essere ratificato da tutti gli Stati membri, in conformità delle rispettive norme costituzionali. In proposito, va rilevato che l'Irlanda si è pronunciata contro il trattato di Nizza per referendum, in data 7 giugno 2001. Bisognerà capire perché la maggioranza degli irlandesi ha detto no. L’impresa sarà più difficile perché le ragioni dell’anti-europeismo sembrano meno evidenti in un Paese che è stato letteralmente miracolato dall’adesione all’Europa e dalla abbondante pioggia di aiuti comunitari di cui ha beneficiato e continuerà a beneficiare fino al 2006. Uno dei motivi del rigetto potrebbe essere dovuto proprio alla prospettiva non solo di perdere quegli aiuti perché la nuova prosperità ha fatto saltare i requisiti, ma anche di dover contribuire allo sforzo di solidarietà in favore dei nuovi poveri dell’Est. Un altro, forse il principale, riguarda la difesa a oltranza della neutralità irlandese, minacciata dalla politica di eurodifesa e dalla costituzione della forza di rapido intervento di 60mila uomini.
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