LO SVILUPPO

 

Il dilemma se avere un nuovo unico Stato oppure una libera unione di Stati sovrani ha condizionato la nascita  della UE e ne condiziona tuttora lo sviluppo, in quanto, nessuno riesce a fare a meno del concetto di Stato Nazionale e della conseguente sovranità.

Questo fatto  potrebbe  essere stato un’importante freno alla  partecipazione inglese.

Dopo la fine della seconda guerra era calata sulla scena europea e mondiale,  “da Stettino a Trieste, una cortina di ferro”, per usare la stessa espressione di Churchill, che creava i presupposti  di una drammatica contrapposizione tra blocchi  e poneva gli Stati europei pericolosamente vulnerabili e deboli.

Per  W. Churchill, quindi, gli Stati Uniti d’Europa non erano un desiderio comune, bensì una “necessità storica”.

Questa esigenza si concretizzò con la firma del trattato di Bruxelles con cui Gran Bretagna, Francia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi  si accordarono per una cooperazione  politico- economico- militare.

Tuttavia fu il congresso dell’Aja del 1948, sotto la presidenza di Churchill, che raccolse un considerevole numero di fautori dell’unità dell’Europa ed, anche se divisi tra le due filosofie ( unionisti e costituzionalisti), pur non concludendo nulla di concreto al momento, ebbe il merito di schierare tutte le forze: politiche, sindacali, industriali, intellettuali ecc.

Da questo congresso infatti, circa un anno dopo, nascerà il Consiglio d’Europa. Era il 5 maggio 1949.

Ben più importante dal punto di vista strategico era però un’altra alleanza nata pochi giorni prima: la NATO (North  Atlantic  Treaty  Organization) a cui avevano aderito quasi tutti i Paesi dell’Europa occidentale (Gran Bretagna, Francia, Italia, Benelux, Norvegia, Danimarca, Islanda, Portogallo) oltre agli Stati Uniti ed al Canada.

La politica dei piccoli passi quindi o minimalista, come venne definita, prevalse sulla politica più utopistica degli unionisti.

La Guerra Fredda, condizionò fortemente lo sviluppo di “Eurolandia”  in quanto, se da un lato la contrapposizione ad essa richiedeva una forte esigenza collaborazionista tra Stati, dall’altro questo poteva (secondo alcuni) indebolire la sovranità nazionale degli Stati stessi.

Ciò che indiscutibilmente la contrapposizione tra i blocchi creò fu una sorta di “dinamismo statico” che coinvolse tutte le parti in causa e gli effetti reali si sono potuti osservare solo con la caduta del muro di Berlino.

Crollato infatti “il Muro”, è crollato tutto quello che per quasi mezzo secolo ha tenuto in scacco lo sviluppo di  mezza Europa.

L’U.R.S.S., il colosso sovietico, non faceva più paura. Esso stesso necessitava di aiuto e la nascita di molti Stati indipendenti o usciti dalla sua sfera d’influenza, era la più chiara manifestazione.

Gli anni cinquanta sono, come abbiamo visto, anni di entusiasmo per la costruzione del castello europeo, seguiti da periodi di dubbiosa incertezza. La Gran Bretagna (vera vincitrice del secondo conflitto mondiale) si avvicinava più verso i Paesi del Commonwealth che verso i più prossimi Paesi dell’Europa occidentale per motivi economici e non solo economici.

La Francia che non apprezzava l’influenza politica di Londra sul continente, manifestava tutto il suo scetticismo nei confronti della Gran Bretagna.

I fatti d’Ungheria, il colpo di stato in Cecoslovacchia, la crisi di Suez ed altri avvenimenti importanti legati alla strategia della contrapposizione tra blocchi,  hanno a volte frenato ed a volte incoraggiato i vari uomini politici che di volta in volta si sono succeduti alla guida dei Paesi europei.

Gli anni sessanta hanno rappresentato, nel complesso, il decennio meno favorevole allo sviluppo dell’U.E. per effetto di una politica antieuropeista del presidente C. De Gaulle.

Lo scetticismo francese nei confronti sia dell’ingresso a pieno titolo nella Comunità Europea della Gran Bretagna sia di ipotesi di politica “sovranazionale”  a favore degli interessi nazionali, espresso in maniera inequivocabile da Charles De Gaulle  culminò  con l’abbandono del comando integrato della NATO nel maggio 1966 e con la politica della “sedia vuota”  al Consiglio dei Ministri europeo sempre nel 1966.

Il cambio della presidenza francese, con l’avvento di Georges  Pompidou, coincise con una inversione di rotta della politica francese.

Lo stesso Pompidou convocò all’Aja un vertice europeo nel dicembre del 1969 ponendosi degli obiettivi che andavano al di la delle più rosee aspettative comuni:

  • l’allargamento della C.E.E a tutti i paesi che  avevano fatto o ne avrebbero fatto richiesta

  • la definizione di una unione monetaria europea

  • ipotesi di una unificazione politica

Queste erano, anche se allo stato embrionale, le ipotesi che poi convergeranno nel trattato di Maastricht.

L’Europa dei sei si allarga nel 1973 quando, scomparso il veto francese e con un referendum popolare voluto dal primo ministro Wilson, il 67.2% degli elettori  inglesi sancisce l’adesione della Gran Bretagna alla Comunità Europea.

Questa adesione anticipa di poco l’ingresso nella Comunità di Irlanda e Danimarca.

Ma 1973 è anche l’anno di una profonda crisi energetica che limiterà gli scambi economici intra ed extra europei e non favorirà quanto auspicava il rapporto del lussemburghese Pierre Werner  emanato nell’ottobre 1970  nel quale veniva ribadita l’importanza di un mercato comune europeo  che avesse come denominatore comune l’unione monetaria.

Secondo il rapporto Warner,  l’unione monetaria e quindi l’introduzione di una moneta unica, avrebbe dovuto creare un organismo sovranazionale, in grado di prendere decisioni in materia di politiche economiche e di controllo dei bilanci dei vari Stati appartenenti alla Comunità. Secondo tale piano, un programma prefissato, prevedeva entro il 1980 la realizzazione dell’Unione Monetaria Europea.

Ed infatti, anche se a tappe forzate, nel marzo del 1979 viene istituito lo SME (Sistema Monetario Europeo), basato su una moneta di riferimento chiamato ECU (Unità di Conto Europea) (European currency unit).