Entrarono in una stanza terrena, dalla quale si passava nel
parlatorio: prima di mettervi il piede, il guardiano, accennando l'uscio,
disse sottovoce alle donne: - è qui, - come per rammentar loro tutti quegli
avvertimenti. Lucia, che non aveva mai visto un monastero, quando fu nel
parlatorio, guardò in giro dove fosse la signora a cui fare il suo inchino,
e, non iscorgendo persona, stava come incantata; quando, visto il padre e
Agnese andar verso un angolo, guardò da quella parte, e vide una finestra
d'una forma singolare, con due grosse e fitte grate di ferro, distanti l'una
dall'altra un palmo; e dietro quelle una monaca ritta. Il suo aspetto, che
poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un'impressione di
bellezza, ma d'una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un
velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due
parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di
lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d'inferiore
bianchezza; un'altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il
mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo
d'un nero saio. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una
contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un
rapido movimento. Due occhi, neri neri anch'essi, si fissavano talora in
viso alle persone, con un'investigazione superba; talora si chinavano in
fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento
osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza,
pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d'un
odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando
restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una
svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d'un
pensiero nascosto, d'una preoccupazione familiare all'animo, e più forte su
quello che gli oggetti circostanti. Le gote pallidissime scendevano con un
contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta
estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d'un roseo sbiadito, pure,
spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi,
subitanei, vivi, pieni d'espressione e di mistero. La grandezza ben formata
della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva
sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una
donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c'era qua e là qualcosa di
studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era
attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva sur una
tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza
o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando
erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.
Queste cose non facevano specie alle due donne, non
esercitate a distinguer monaca da monaca: e il padre guardiano, che non
vedeva la signora per la prima volta, era già avvezzo, come tant'altri, a
quel non so che di strano, che appariva nella sua persona, come nelle sue
maniere.
Era essa, in quel momento, come abbiam detto, ritta vicino
alla grata, con una mano appoggiata languidamente a quella, e le
bianchissime dita intrecciate ne' vòti; e guardava fisso Lucia, che veniva
avanti esitando. - Reverenda madre, e signora illustrissima, - disse il
guardiano, a capo basso, e con la mano al petto: - questa è quella povera
giovine, per la quale m'ha fatto sperare la sua valida protezione; e questa
è la madre.
Le due presentate facevano grand'inchini: la signora accennò
loro con la mano, che bastava, e disse, voltandosi, al padre: - è una
fortuna per me il poter fare un piacere a' nostri buoni amici i padri
cappuccini. Ma, - continuò; - mi dica un po' più particolarmente il caso di
questa giovine, per veder meglio cosa si possa fare per lei.
Lucia diventò rossa, e abbassò la testa.
- Deve sapere, reverenda madre... - incominciava Agnese; ma
il guardiano le troncò, con un'occhiata, le parole in bocca, e rispose: -
questa giovine, signora illustrissima, mi vien raccomandata, come le ho
detto, da un mio confratello. Essa ha dovuto partir di nascosto dal suo
paese, per sottrarsi a de' gravi pericoli; e ha bisogno, per qualche tempo,
d'un asilo nel quale possa vivere sconosciuta, e dove nessuno ardisca venire
a disturbarla, quand'anche...
- Quali pericoli? - interruppe la signora. - Di grazia, padre
guardiano, non mi dica la cosa così in enimma. Lei sa che noi altre monache,
ci piace di sentir le storie per minuto.
- Sono pericoli, - rispose il guardiano, - che all'orecchie
purissime della reverenda madre devon essere appena leggermente accennati...
- Oh certamente, - disse in fretta la signora, arrossendo
alquanto. Era verecondia? Chi avesse osservata una rapida espressione di
dispetto che accompagnava quel rossore, avrebbe potuto dubitarne; e tanto
più se l'avesse paragonato con quello che di tanto in tanto si spandeva
sulle gote di Lucia.
- Basterà dire, - riprese il guardiano, - che un cavalier
prepotente... non tutti i grandi del mondo si servono dei doni di Dio, a
gloria sua, e in vantaggio del prossimo, come vossignoria illustrissima: un
cavalier prepotente, dopo aver perseguitata qualche tempo questa creatura
con indegne lusinghe, vedendo ch'erano inutili, ebbe cuore di perseguitarla
apertamente con la forza, di modo che la poveretta è stata ridotta a fuggir
da casa sua.
- Accostatevi, quella giovine, - disse la signora a Lucia,
facendole cenno col dito. - So che il padre guardiano è la bocca della
verità; ma nessuno può esser meglio informato di voi, in quest'affare. Tocca
a voi a dirci se questo cavaliere era un persecutore odioso -. In quanto
all'accostarsi, Lucia ubbidì subito; ma rispondere era un'altra faccenda.
Una domanda su quella materia, quand'anche le fosse stata fatta da una
persona sua pari, l'avrebbe imbrogliata non poco: proferita da quella
signora, e con una cert'aria di dubbio maligno, le levò ogni coraggio a
rispondere. - Signora... madre... reverenda... - balbettò, e non dava segno
d'aver altro a dire. Qui Agnese, come quella che, dopo di lei, era
certamente la meglio informata, si credé autorizzata a venirle in aiuto. -
Illustrissima signora, - disse, - io posso far testimonianza che questa mia
figlia aveva in odio quel cavaliere, come il diavolo l'acqua santa: voglio
dire, il diavolo era lui; ma mi perdonerà se parlo male, perché noi siam
gente alla buona. Il fatto sta che questa povera ragazza era promessa a un
giovine nostro pari, timorato di Dio, e ben avviato; e se il signor curato
fosse stato un po' più un uomo di quelli che m'intendo io... so che parlo
d'un religioso, ma il padre Cristoforo, amico qui del padre guardiano, è
religioso al par di lui, e quello è un uomo pieno di carità, e, se fosse
qui, potrebbe attestare...
- Siete ben pronta a parlare senz'essere interrogata, -
interruppe la signora, con un atto altero e iracondo, che la fece quasi
parer brutta. - State zitta voi: già lo so che i parenti hanno sempre una
risposta da dare in nome de' loro figliuoli!
Agnese mortificata diede a Lucia una occhiata che voleva
dire: vedi quel che mi tocca, per esser tu tanto impicciata. Anche il
guardiano accennava alla giovine, dandole d'occhio e tentennando il capo,
che quello era il momento di sgranchirsi, e di non lasciare in secco la
povera mamma.
- Reverenda signora, - disse Lucia, - quanto le ha detto mia
madre è la pura verità. Il giovine che mi discorreva, - e qui diventò rossa
rossa, - lo prendevo io di mia volontà. Mi scusi se parlo da sfacciata, ma è
per non lasciar pensar male di mia madre. E in quanto a quel signore (Dio
gli perdoni!) vorrei piuttosto morire, che cader nelle sue mani. E se lei fa
questa carità di metterci al sicuro, giacché siam ridotte a far questa
faccia di chieder ricovero, e ad incomodare le persone dabbene; ma sia fatta
la volontà di Dio; sia certa, signora, che nessuno potrà pregare per lei più
di cuore che noi povere donne.
- A voi credo, - disse la signora con voce raddolcita. - Ma
avrò piacere di sentirvi da solo a solo. Non che abbia bisogno d'altri
schiarimenti, né d'altri motivi, per servire alle premure del padre
guardiano, - aggiunse subito, rivolgendosi a lui, con una compitezza
studiata. - Anzi, - continuò, - ci ho già pensato; ed ecco ciò che mi pare
di poter far di meglio, per ora. La fattoressa del monastero ha maritata,
pochi giorni sono, l'ultima sua figliuola. Queste donne potranno occupar la
camera lasciata in libertà da quella, e supplire a que' pochi servizi che
faceva lei. Veramente... - e qui accennò al guardiano che s'avvicinasse alla
grata, e continuò sottovoce: - veramente, attesa la scarsezza dell'annate,
non si pensava di sostituir nessuno a quella giovine; ma parlerò io alla
madre badessa, e una mia parola... e per una premura del padre guardiano...
In somma do la cosa per fatta.
Il guardiano cominciava a ringraziare, ma la signora
l'interruppe: - non occorron cerimonie: anch'io, in un caso, in un bisogno,
saprei far capitale dell'assistenza de' padri cappuccini. Alla fine, -
continuò, con un sorriso, nel quale traspariva un non so che d'ironico e
d'amaro, - alla fine, non siam noi fratelli e sorelle?
Così detto, chiamò una conversa (due di queste erano, per una
distinzione singolare, assegnate al suo servizio privato), e le ordinò che
avvertisse di ciò la badessa, e prendesse poi i concerti opportuni, con la
fattoressa e con Agnese. Licenziò questa, accommiatò il guardiano, e ritenne
Lucia. Il guardiano accompagnò Agnese alla porta, dandole nuove istruzioni,
e se n'andò a scriver la lettera di ragguaglio all'amico Cristoforo. " Gran
cervellino che è questa signora! " pensava tra sé, per la strada: " curiosa
davvero! Ma chi la sa prendere per il suo verso, le fa far ciò che vuole. Il
mio Cristoforo non s'aspetterà certamente ch'io l'abbia servito così presto
e bene. Quel brav'uomo! non c'è rimedio: bisogna che si prenda sempre
qualche impegno; ma lo fa per bene. Buon per lui questa volta, che ha
trovato un amico, il quale, senza tanto strepito, senza tanto apparato,
senza tante faccende, ha condotto l'aflare a buon porto, in un batter
d'occhio. Sarà contento quel buon Cristoforo, e s'accorgerà che, anche noi
qui, siam buoni a qualche cosa ".
La signora, che, alla presenza d'un provetto cappuccino,
aveva studiati gli atti e le parole, rimasta poi sola con una giovine
contadina inesperta, non pensava più tanto a contenersi; e i suoi discorsi
divennero a poco a poco così strani, che, in vece di riferirli, noi crediam
più opportuno di raccontar brevemente la storia antecedente di questa
infelice; quel tanto cioè che basti a render ragione dell'insolito e del
misterioso che abbiam veduto in lei, e a far comprendere i motivi della sua
condotta, in quello che avvenne dopo.
Era essa l'ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo
milanese, che poteva contarsi tra i più doviziosi ddla città. Ma l'alta
opinione che aveva del suo titolo gli faceva parer le sue sostanze appena
sufficienti, anzi scarse, a sostenerne il decoro; e tutto il suo pensiero
era di conservarle, almeno quali erano, unite in perpetuo, per quanto
dipendeva da lui. Quanti figliuoli avesse, la storia non lo dice
espressamente; fa solamente intendere che aveva destinati al chiostro tutti
i cadetti dell'uno e dell'altro sesso, per lasciare intatta la sostanza al
primogenito, destinato a conservar la famiglia, a procrear cioè de'
figliuoli, per tormentarsi a tormentarli nella stessa maniera. La nostra
infelice era ancor nascosta nel ventre della madre, che la sua condizione
era già irrevocabilmente stabilita. Rimaneva soltanto da decidersi se
sarebbe un monaco o una monaca; decisione per la quale faceva bisogno, non
il suo consenso, ma la sua presenza. Quando venne alla luce, il principe suo
padre, volendo darle un nome che risvegliasse immediatamente l'idea del
chiostro, e che fosse stato portato da una santa d'alti natali, la chiamò
Gertrude. Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si
diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que' regali eran
sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto; come
cosa preziosa, e con quell'interrogare affermativo: - bello eh? - Quando il
principe, o la principessa o il principino, che solo de' maschi veniva
allevato in casa, volevano lodar l'aspetto prosperoso della fanciullina,
pareva che non trovasser modo d'esprimer bene la loro idea, se non con le
parole: - che madre badessa! - Nessuno però le disse mai direttamente: tu
devi farti monaca. Era un'idea sottintesa e toccata incidentemente, in ogni
discorso che riguardasse i suoi destini futuri. Se qualche volta la
Gertrudina trascorreva a qualche atto un po' arrogante e imperioso, al che
la sua indole la portava molto facilmente, - tu sei una ragazzina, - le si
diceva: - queste maniere non ti convengono: quando sarai madre badessa,
allora comanderai a bacchetta, farai alto e basso -. Qualche altra volta il
principe, riprendendola di cert'altre maniere troppo libere e famigliari
alle quali essa trascorreva con uguale facilità, - ehi! ehi! - le diceva; -
non è questo il fare d'una par tua: se vuoi che un giorno ti si porti il
rispetto che ti sarà dovuto, impara fin d'ora a star sopra di te: ricordati
che tu devi essere, in ogni cosa, la prima del monastero; perché il sangue
si porta per tutto dove si va.
Tutte le parole di questo genere stampavano nel cervello
della fanciullina l'idea che già lei doveva esser monaca; ma quelle che
venivan dalla bocca del padre, facevan più effetto di tutte l'altre insieme.
Il contegno del principe era abitualmente quello d'un padrone austero; ma
quando si trattava dello stato futuro de' suoi figli, dal suo volto e da
ogni sua parola traspariva un'immobilità di risoluzione, una ombrosa gelosia
di comando, che imprimeva il sentimento d'una necessità fatale.
A sei anni, Gertrude fu collocata, per educazione e ancor più
per istradamento alla vocazione impostale, nel monastero dove l'abbiamo
veduta: e la scelta del luogo non fu senza disegno. Il buon conduttore delle
due donne ha detto che il padre ddla signora era il primo in Monza: e,
accozzando questa qualsisia testimonianza con alcune altre indicazioni che
l'anonimo lascia scappare sbadatamente qua e là, noi potremmo anche asserire
che fosse il feudatario di quel paese. Comunque sia, vi godeva d'una
grandissima autorità; e pensò che lì, meglio che altrove, la sua figlia
sarebbe trattata con quelle distinzioni e con quelle finezze che potesser
più allettarla a scegliere quel monastero per sua perpetua dimora. Né
s'ingannava: la badessa e alcune altre monache faccendiere, che avevano,
come si suol dire, il mestolo in mano, esultarono nel vedersi offerto il
pegno d'una protezione tanto utile in ogni occorrenza, tanto gloriosa in
ogni momento; accettaron la proposta, con espressioni di riconoscenza, non
esagerate, per quanto fossero forti; e corrisposero pienamente
all'intenzioni che il principe aveva lasciate trasparire sul collocamento
stabile della figliuola: intenzioni che andavan così d'accordo con le loro.
Gertrude, appena entrata nel monastero, fu chiamata per antonomasia la
signorina; posto distinto a tavola, nel dormitorio; la sua condotta proposta
all'altre per esemplare; chicche e carezze senza fine, e condite con quella
famigliarità un po' rispettosa, che tanto adesca i fanciulli, quando la
trovano in coloro che vedon trattare gli altri fanciulli con un contegno
abituale di superiorità. Non che tutte le monache fossero congiurate a tirar
la poverina nel laccio; ce n'eran molte delle semplici e lontane da ogni
intrigo, alle quali il pensiero di sacrificare una figlia a mire interessate
avrebbe fatto ribrezzo; ma queste, tutte attente alle loro occupazioni
particolari, parte non s'accorgevan bene di tutti que' maneggi, parte non
distinguevano quanto vi fosse di cattivo, parte s'astenevano dal farvi sopra
esame, parte stavano zitte, per non fare scandoli inutili. Qualcheduna
anche, rammentandosi d'essere stata, con simili arti, condotta a quello di
cui s'era pentita poi, sentiva compassione della povera innocentina, e si
sfogava col farle carezze tenere e malinconiche: ma questa era ben lontana
dal sospettare che ci fosse sotto mistero; e la faccenda camminava. Sarebbe
forse camminata così fino alla fine, se Gertrude fosse stata la sola ragazza
in quel monastero. Ma, tra le sue compagne d'educazione, ce n'erano alcune
che sapevano d'esser destinate al matrimonio. Gertrudina, nudrita nelle idee
della sua superiorità, parlava magnificamente de' suoi destini futuri di
badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni conto esser per le
altre un soggetto d'invidia; e vedeva con maraviglia e con dispetto, che
alcune di quelle non ne sentivano punto. All'immagini maestose, ma
circoscritte e fredde, che può somministrare il primato in un monastero,
contrapponevan esse le immagini varie e luccicanti, di nozze, di pranzi, di
conversazioni, di festini, come dicevano allora, di villeggiature, di
vestiti, di carrozze. Queste immagini cagionarono nel cervello di Gertrude
quel movimento, quel brulichìo che produrrebbe un gran paniere di fiori
appena colti, messo davanti a un alveare. I parenti e l'educatrici avevan
coltivata e accresciuta in lei la vanità naturale, per farle piacere il
chiostro; ma quando questa passione fu stuzzicata da idee tanto più omogenee
ad essa, si gettò su quelle, con un ardore ben più vivo e più spontaneo. Per
non restare al di sotto di quelle sue compagne, e per condiscendere nello
stesso tempo al suo nuovo genio, rispondeva che, alla fin de' conti, nessuno
le poteva mettere il velo in capo senza il suo consenso, che anche lei
poteva maritarsi, abitare un palazzo, godersi il mondo, e meglio di tutte
loro; che lo poteva, pur che l'avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo
voleva; e lo voleva in fatti. L'idea della necessità del suo consenso, idea
che, fino a quel tempo, era stata come inosservata e rannicchiata in un
angolo della sua mente, si sviluppò allora, e si manifestò, con tutta la sua
importanza. Essa la chiamava ogni momento in aiuto, per godersi più
tranquillamente l'immagini d'un avvenire gradito. Dietro questa idea però,
ne compariva sempre infallibilmente un'altra: che quel consenso si trattava
di negarlo al principe padre, il quale lo teneva già, o mostrava di tenerlo
per dato; e, a questa idea, l'animo della figlia era ben lontano dalla
sicurezza che ostentavano le sue parole. Si paragonava allora con le
compagne, ch'erano ben altrimenti sicure, e provava per esse dolorosamente
l'invidia che, da principio, aveva creduto di far loro provare.
Invidiandole, le odiava: talvolta l'odio s'esalava in dispetti, in
isgarbatezze, in motti pungenti; talvolta l'uniformità dell'inclinazioni e
delle speranze lo sopiva, e faceva nascere un'intrinsichezza apparente e
passeggiera. Talvolta, volendo pure godersi intanto qualche cosa di reale e
di presente, si compiaceva delle preferenze che le venivano accordate, e
faceva sentire all'altre quella sua superiorità; talvolta, non potendo più
tollerar la solitudine de' suoi timori e de' suoi desidèri, andava, tutta
buona, in cerca di quelle, quasi ad implorar benevolenza, consigli,
coraggio. Tra queste deplorabili guerricciole con sé e con gli altri, aveva
varcata la puerizia, e s'inoltrava in quell'età così critica, nella quale
par che entri nell'animo quasi una potenza misteriosa, che solleva, adorna,
rinvigorisce tutte l'inclinazioni, tutte l'idee, e qualche volta le
trasforma, o le rivolge a un corso impreveduto. Ciò che Gertrude aveva fino
allora più distintamente vagheggiato in que' sogni dell'avvenire, era lo
splendore esterno e la pompa: un non so che di molle e d'affettuoso, che da
prima v'era diffuso leggermente e come in nebbia, cominciò allora a
spiegarsi e a primeggiare nelle sue fantasie. S'era fatto, nella parte più
riposta della mente, come uno splendido ritiro: ivi si rifugiava dagli
oggetti presenti, ivi accoglieva certi personaggi stranamente composti di
confuse memorie della puerizia, di quel poco che poteva vedere del mondo
esteriore, di ciò che aveva imparato dai discorsi delle compagne; si
tratteneva con essi, parlava loro, e si rispondeva in loro nome; ivi dava
ordini, e riceveva omaggi d'ogni genere. Di quando in quando, i pensieri
della religione venivano a disturbare quelle feste brillanti e faticose. Ma
la religione, come l'avevano insegnata alla nostra poveretta, e come essa
l'aveva ricevuta, non bandiva l'orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva
come un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata così della sua
essenza, non era più la religione, ma una larva come l'altre.
Negl'intervalli in cui questa larva prendeva il primo posto, e grandeggiava
nella fantasia di Gertrude, l'infelice, sopraffatta da terrori confusi, e
compresa da una confusa idea di doveri, s'immaginava che la sua ripugnanza
al chiostro, e la resistenza all'insinuazioni de' suoi maggiori, nella
scelta dello stato, fossero una colpa; e prometteva in cuor suo d'espiarla,
chiudendosi volontariamente nel chiostro.
Era legge che una giovine non potesse venire accettata
monaca, prima d'essere stata esaminata da un ecclesiastico, chiamato il
vicario delle monache, o da qualche altro deputato a ciò, affinché fosse
certo che ci andava di sua libera scelta: e questo esame non poteva aver
luogo, se non un anno dopo ch'ella avesse esposto a quel vicario il suo
desiderio, con una supplica in iscritto. Quelle monache che avevan preso il
tristo incarico di far che Gertrude s'obbligasse per sempre, con la minor
possibile cognizione di ciò che faceva, colsero un de' momenti che abbiam
detto, per farle trascrivere e sottoscrivere una tal supplica. E a fine
d'indurla più facilmente a ciò, non mancaron di dirle e di ripeterle, che
finalmente era una mera formalità, la quale (e questo era vero) non poteva
avere efficacia, se non da altri atti posteriori, che dipenderebbero dalla
sua volontà. Con tutto ciò, la supplica non era forse ancor giunta al suo
destino, che Gertrude s'era già pentita d'averla sottoscritta. Si pentiva
poi d'essersi pentita, passando così i giorni e i mesi in un'incessante
vicenda di sentimenti contrari. Tenne lungo tempo nascosto alle compagne
quel passo, ora per timore d'esporre alle contraddizioni una buona
risoluzione, ora per vergogna di palesare uno sproposito. Vinse finalmente
il desiderio di sfogar l'animo, e d'accattar consiglio e coraggio. C'era
un'altra legge, che una giovine non fosse ammessa a quell'esame della
vocazione, se non dopo aver dimorato almeno un mese fuori del monastero dove
era stata in educazione. Era già scorso l'anno da che la supplica era stata
mandata; e Gertrude fu avvertita che tra poco verrebbe levata dal monastero,
e condotta nella casa paterna, per rimanervi quel mese, e far tutti i passi
necessari al compimento dell'opera che aveva di fatto cominciata. Il
principe e il resto della famiglia tenevano tutto ciò per certo, come se
fosse già avvenuto; ma la giovine aveva tutt'altro in testa: in vece di far
gli altri passi pensava alla maniera di tirare indietro il primo. In tali
angustie, si risolvette d'aprirsi con una delle sue compagne, la più franca,
e pronta sempre a dar consigli risoluti. Questa suggerì a Gertrude
d'informar con una lettera il padre della sua nuova risoluzione; giacché non
le bastava l'animo di spiattellargli sul viso un bravo: non voglio. E perché
i pareri gratuiti, in questo mondo, son molto rari, la consigliera fece
pagar questo a Gertrude, con tante beffe sulla sua dappocaggine. La lettera
fu concertata tra quattro o cinque confidenti, scritta di nascosto, e fatta
ricapitare per via d'artifizi molto studiati. Gertrude stava con grand'ansietà,
aspettando una risposta che non venne mai. Se non che, alcuni giorni dopo,
la badessa, la fece venir nella sua cella, è, con un contegno di mistero, di
disgusto e di compassione, le diede un cenno oscuro d'una gran collera del
principe, e d'un fallo ch'ella doveva aver commesso, lasciandole però
intendere che, portandosi bene, poteva sperare che tutto sarebbe
dimenticato. La giovinetta intese, e non osò domandar più in là.
Venne finalmente il giorno tanto temuto e bramato. Quantunque
Gertrude sapesse che andava a un combattimento, pure l'uscir di monastero,
il lasciar quelle mura nelle quali era stata ott'anni rinchiusa, lo scorrere
in carrozza per l'aperta campagna, il riveder la città, la casa, furon
sensazioni piene d'una gioia tumultuosa. In quanto al combattimento, la
poveretta, con la direzione di quelle confidenti, aveva già prese le sue
misure, e fatto, com'ora si direbbe, il suo piano. " O mi vorranno forzare
", pensava, " e io starò dura; sarò umile, rispettosa, ma non acconsentirò:
non si tratta che di non dire un altro sì; e non lo dirò. Ovvero mi
prenderanno con le buone; e io sarò più buona di loro; piangerò, pregherò,
li moverò a compassione: finalmente non pretendo altro che di non esser
sacrificata ". Ma, come accade spesso di simili previdenze, non avvenne né
una cosa né l'altra. I giorni passavano, senza che il padre né altri le
parlasse della supplica, né della ritrattazione, senza che le venisse fatta
proposta nessuna, né con carezze, né con minacce. I parenti eran seri,
tristi, burberi con lei, senza mai dirne il perché. Si vedeva solamente che
la riguardavano come una rea, come un'indegna: un anatema misterioso pareva
che pesasse sopra di lei, e la segregasse dalla famiglia, lasciandovela
soltanto unita quanto bisognava per farle sentire la sua suggezione. Di
rado, e solo a certe ore stabilite, era ammessa alla compagnia de' parenti e
del primogenito. Tra loro tre pareva che regnasse una gran confidenza, la
quale rendeva più sensibile e più doloroso l'abbandono in cui era lasciata
Gertrude. Nessuno le rivolgeva il discorso; e quando essa arrischiava
timidamente qualche parola, che non fosse per cosa necessaria, o non
attaccava, o veniva corrisposta con uno sguardo distratto, o sprezzante, o
severo. Che se, non potendo più soffrire una così amara e umiliante
distinzione, insisteva, e tentava di famigliarizzarsi; se implorava un po'
d'amore, si sentiva subito toccare, in maniera indiretta ma chiara, quel
tasto della scelta dello stato; le si faceva copertamente sentire che c'era
un mezzo di riacquistar l'affetto della famiglia. Allora Gertrude, che non
l'avrebbe voluto a quella condizione, era costretta di tirarsi indietro, di
rifiutar quasi i primi segni di benevolenza che aveva tanto desiderati, di
rimettersi da sé al suo posto di scomunicata; e per di più, vi rimaneva con
una certa apparenza del torto.
Tali sensazioni d'oggetti presenti facevano un contrasto
doloroso con quelle ridenti visioni delle quali Gertrude s'era già tanto
occupata, e s'occupava tuttavia, nel segreto della sua mente. Aveva sperato
che, nella splendida e frequentata casa paterna, avrebbe potuto godere
almeno qualche saggio reale delle cose immaginate; ma si trovò del tutto
ingannata. La clausura era stretta e intera, come nel monastero; d'andare a
spasso non si parlava neppure; e un coretto che, dalla casa, guardava in una
chiesa contigua, toglieva anche l'unica necessità che ci sarebbe stata
d'uscire. La compagnia era più trista, più scarsa, meno variata che nel
monastero. A ogni annunzio d'una visita, Gertrude doveva salire all'ultimo
piano, per chiudersi con alcune vecchie donne di servizio: e lì anche
desinava, quando c'era invito. I servitori s'uniformavano, nelle maniere e
ne' discorsi, all'esempio e all'intenzioni de' padroni: e Gertrude, che, per
sua inclinazione, avrebbe voluto trattarli con una famigliarità signorile, e
che, nello stato in cui si trovava, avrebbe avuto di grazia che le facessero
qualche dimostrazione d'affetto, come a una loro pari, e scendeva anche a
mendicarne, rimaneva poi umiliata, e sempre più afflitta di vedersi
corrisposta con una noncuranza manifesta, benché accompagnata da un leggiero
ossequio di formalità. Dovette però accorgersi che un paggio, ben diverso da
coloro, le portava un rispetto, e sentiva per lei una compassione d'un
genere particolare. Il contegno di quel ragazzotto era ciò che Gertrude
aveva fino allora visto di più somigliante a quell'ordine di cose tanto
contemplato nella sua immaginativa, al contegno di quelle sue creature
ideali. A poco a poco si scoprì un non so che di nuovo nelle maniere della
giovinetta: una tranquillità e un'inquietudine diversa dalla solita, un fare
di chi ha trovato qualche cosa che gli preme, che vorrebbe guardare ogni
momento, e non lasciar vedere agli altri. Le furon tenuti gli occhi addosso
più che mai: che è che non è, una mattina, fu sorpresa da una di quelle
cameriere, mentre stava piegando alla sfuggita una carta, sulla quale
avrebbe fatto meglio a non iscriver nulla. Dopo un breve tira tira, la carta
rimase nelle mani della cameriera, e da queste passò in quelle del principe.
Il terrore di Gertrude, al rumor de' passi di lui, non si può
descrivere né immaginare: era quel padre, era irritato, e lei si sentiva
colpevole. Ma quando lo vide comparire, con quel cipiglio, con quella carta
in mano, avrebbe voluto esser cento braccia sotto terra, non che in un
chiostro. Le parole non furon molte, ma terribili: il gastigo intimato
subito non fu che d'esser rinchiusa in quella camera, sotto la guardia della
donna che aveva fatta la scoperta; ma questo non era che un principio, che
un ripiego del momento; si prometteva, si lasciava vedere per aria, un altro
gastigo oscuro, indeterminato, e quindi più spaventoso.
Il paggio fu subito sfrattato, com'era naturale; e fu
minacciato anche a lui qualcosa di terribile, se, in qualunque tempo, avesse
osato fiatar nulla dell'avvenuto. Nel fargli questa intimazione, il principe
gli appoggiò due solenni schiaffi, per associare a quell'avventura un
ricordo, che togliesse al ragazzaccio ogni tentazion di vantarsene. Un
pretesto qualunque, per coonestare la licenza data a un paggio, non era
difficile a trovarsi; in quanto alla figlia, si disse ch'era incomodata.
Rimase essa dunque col batticuore, con la vergogna, col
rimorso, col terrore dell'avvenire, e con la sola compagnia di quella donna
odiata da lei, come il testimonio della sua colpa, e la cagione della sua
disgrazia. Costei odiava poi a vicenda Gertrude, per la quale si trovava
ridotta, senza saper per quanto tempo, alla vita noiosa di carceriera, e
divenuta per sempre custode d'un segreto pericoloso.
Il primo confuso tumulto di que' sentimenti s'acquietò a poco
a poco; ma tornando essi poi a uno per volta nell'animo, vi s'ingrandivano,
e si fermavano a tormentarlo più distintamente e a bell'agio. Che poteva mai
esser quella punizione minacciata in enimma? Molte e varie e strane se ne
affacciavano alla fantasia ardente e inesperta di Gertrude. Quella che
pareva più probabile, era di venir ricondotta al monastero di Monza, di
ricomparirvi, non più come la signorina, ma in forma di colpevole, e di
starvi rinchiusa, chi sa fino a quando! chi sa con quali trattamenti! Ciò
che una tale immaginazione, tutta piena di dolori, aveva forse di più
doloroso per lei, era l'apprensione della vergogna. Le frasi, le parole, le
virgole di quel foglio sciagurato, passavano e ripassavano nella sua
memoria: le immaginava osservate, pesate da un lettore tanto impreveduto,
tanto diverso da quello a cui eran destinate; si figurava che avesser potuto
cader sotto gli occhi anche della madre o del fratello, o di chi sa altri:
e, al paragon di ciò, tutto il rimanente le pareva quasi un nulla.
L'immagine di colui ch'era stato la prima origine di tutto lo scandolo, non
lasciava di venire spesso anch'essa ad infestar la povera rinchiusa: e
pensate che strana comparsa doveva far quel fantasma, tra quegli altri così
diversi da lui, seri, freddi, minacciosi. Ma, appunto perché non poteva
separarlo da essi, né tornare un momento a quelle fuggitive compiacenze,
senza che subito non le s'affacciassero i dolori presenti che n'erano la
conseguenza, cominciò a poco a poco a tornarci più di rado, a rispingerne la
rimembranza, a divezzarsene. Né più a lungo, o più volentieri, si fermava in
quelle liete e brillanti fantasie d'una volta: eran troppo opposte alle
circostanze reali, a ogni probabilità dell'avvenire. Il solo castello nel
quale Gertrude potesse immaginare un rifugio tranquillo e onorevole, e che
non fosse in aria, era il monastero, quando si risolvesse d'entrarci per
sempre. Una tal risoluzione (non poteva dubitarne) avrebbe accomodato ogni
cosa, saldato ogni debito, e cambiata in un attimo la sua situazione. Contro
questo proposito insorgevano, è vero, i pensieri di tutta la sua vita: ma i
tempi eran mutati; e, nell'abisso in cui Gertrude era caduta, e al paragone
di ciò che poteva temere in certi momenti, la condizione di monaca
festeggiata, ossequiata, ubbidita, le pareva uno zuccherino. Due sentimenti
di ben diverso genere contribuivan pure a intervalli a scemare quella sua
antica avversione: talvolta il rimorso del fallo, e una tenerezza fantastica
di divozione; talvolta l'orgoglio amareggiato e irritato dalle maniere della
carceriera, la quale (spesso, a dire il vero, provocata da lei) si
vendicava, ora facendole paura di quel minacciato gastigo, ora
svergognandola del fallo. Quando poi voleva mostrarsi benigna, prendeva un
tono di protezione, più odioso ancora dell'insulto. In tali diverse
occasioni, il desiderio che Gertrude sentiva d'uscir dall'unghie di colei, e
di comparirle in uno stato al di sopra della sua collera e della sua pietà,
questo desiderio abituale diveniva tanto vivo e pungente, da far parere
amabile ogni cosa che potesse condurre ad appagarlo.
In capo a quattro o cinque lunghi giorni di prigionia, una
mattina, Gertrude stuccata ed invelenita all'eccesso, per un di que'
dispetti della sua guardiana, andò a cacciarsi in un angolo della camera, e
lì, con la faccia nascosta tra le mani, stette qualche tempo a divorar la
sua rabbia. Sentì allora un bisogno prepotente di vedere altri visi, di
sentire altre parole, d'esser trattata diversamente. Pensò al padre, alla
famiglia: il pensiero se ne arretrava spaventato. Ma le venne in mente che
dipendeva da lei di trovare in loro degli amici; e provò una gioia
improvvisa. Dietro questa, una confusione e un pentimento straordinario del
suo fallo, e un ugual desiderio d'espiarlo. Non già che la sua volontà si
fermasse in quel proponimento, ma giammai non c'era entrata con tanto
ardore. S'alzò di lì, andò a un tavolino, riprese quella penna fatale, e
scrisse al padre una lettera piena d'entusiasmo e d'abbattimento,
d'afflizione e di speranza, implorando il perdono, e mostrandosi
indeterminatamente pronta a tutto ciò che potesse piacere a chi doveva
accordarlo.
CAPITOLO X
Vi son de' momenti in cui l'animo, particolarmente de'
giovani, è disposto in maniera che ogni poco d'istanza basta a ottenerne
ogni cosa che abbia un'apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore
appena sbocciato, s'abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a
concedere le sue fragranze alla prim'aria che gli aliti punto d'intorno.
Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con timido rispetto,
son quelli appunto che l'astuzia interessata spia attentamente, e coglie di
volo, per legare una volontà che non si guarda.
Al legger quella lettera, il principe *** vide subito lo
spiraglio aperto alle sue antiche e costanti mire. Mandò a dire a Gertrude
che venisse da lui; e aspettandola, si dispose a batter il ferro, mentre era
caldo. Gertrude comparve, e, senza alzar gli occhi in viso al padre, gli si
buttò in ginocchioni davanti, ed ebbe appena fiato di dire: - perdono! -
Egli le fece cenno che s'alzasse; ma, con una voce poco atta a rincorare, le
rispose che il perdono non bastava desiderarlo né chiederlo; ch'era cosa
troppo agevole e troppo naturale a chiunque sia trovato in colpa, e tema la
punizione; che in somma bisognava meritarlo. Gertrude domando, sommessamente
e tremando, che cosa dovesse fare. Il principe (non ci regge il cuore di
dargli in questo momento il titolo di padre) non rispose direttamente, ma
cominciò a parlare a lungo del fallo di Gertrude: e quelle parole frizzavano
sull'animo della poveretta, come lo scorrere d'una mano ruvida sur una
ferita. Continuò dicendo che, quand'anche... caso mai... che avesse avuto
prima qualche intenzione di collocarla nel secolo, lei stessa ci aveva messo
ora un ostacolo insuperabile; giacché a un cavalier d'onore, com'era lui,
non sarebbe mai bastato l'animo di regalare a un galantuomo una signorina
che aveva dato un tal saggio di sé. La misera ascoltatrice era annichilata:
allora il principe, raddolcendo a grado a grado la voce e le parole,
proseguì dicendo che però a ogni fallo c'era rimedio e misericordia; che il
suo era di quelli per i quali il rimedio è più chiaramente indicato: ch'essa
doveva vedere, in questo tristo accidente, come un avviso che la vita del
secolo era troppo piena di pericoli per lei...
- Ah sì! - esclamò Gertrude, scossa dal timore, preparata
dalla vergogna, e mossa in quel punto da una tenerezza istantanea.
- Ah! lo capite anche voi, - riprese incontanente il
principe. - Ebbene, non si parli più del passato: tutto è cancellato. Avete
preso il solo partito onorevole, conveniente, che vi rimanesse; ma perché
l'avete preso di buona voglia, e con buona maniera, tocca a me a farvelo
riuscir gradito in tutto e per tutto: tocca a me a farne tornare tutto il
vantaggio e tutto il merito sopra di voi. Ne prendo io la cura -. Così
dicendo, scosse un campanello che stava sul tavolino, e al servitore che
entrò, disse: - la principessa e il principino subito -. E seguitò poi con
Gertrude: - voglio metterli subito a parte della mia consolazione; voglio
che tutti comincin subito a trattarvi come si conviene. Avete sperimentato
in parte il padre severo; ma da qui innanzi proverete tutto il padre
amoroso.
A queste parole, Gertrude rimaneva come sbalordita. Ora
ripensava come mai quel sì che le era scappato, avesse potuto significar
tanto, ora cercava se ci fosse maniera di riprenderlo, di ristringerne il
senso; ma la persuasione del principe pareva così intera, la sua gioia così
gelosa, la benignità così condizionata, che Gertrude non osò proferire una
parola che potesse turbarle menomamente.
Dopo pochi momenti, vennero i due chiamati, e vedendo lì
Gertrude, la guardarono in viso, incerti e maravigliati. Ma il principe, con
un contegno lieto e amorevole, che ne prescriveva loro un somigliante, -
ecco, - disse, - la pecora smarrita: e sia questa l'ultima parola che
richiami triste memorie. Ecco la consolazione della famiglia. Gertrude non
ha più bisogno di consigli; ciò che noi desideravamo per suo bene, l'ha
voluto lei spontaneamente. È risoluta, m'ha fatto intendere che è
risoluta... - A questo passo, alzò essa verso il padre uno sguardo tra
atterrito e supplichevole, come per chiedergli che sospendesse, ma egli
proseguì francamente: - che è risoluta di prendere il velo.
- Brava! bene! - esclamarono, a una voce, la madre e il
figlio, e l'uno dopo l'altra abbracciaron Gertrude; la quale ricevette
queste accoglienze con lacrime, che furono interpretate per lacrime di
consolazione. Allora il principe si diffuse a spiegar ciò che farebbe per
render lieta e splendida la sorte della figlia. Parlò delle distinzioni di
cui goderebbe nel monastero e nel paese; che, là sarebbe come una
principessa, come la rappresentante della famiglia; che, appena l'età
l'avrebbe permesso, sarebbe innalzata alla prima dignità; e, intanto, non
sarebbe soggetta che di nome. La principessa e il principino rinnovavano,
ogni momento, le congratulazioni e gli applausi: Gertrude era come dominata
da un sogno.
- Converrà poi fissare il giorno, per andare a Monza, a far
la richiesta alla badessa, - disse il principe. - Come sarà contenta! Vi so
dire che tutto il monastero saprà valutar l'onore che Gertrude gli fa.
Anzi... perché non ci andiamo oggi? Gertrude prenderà volentieri un po'
d'aria.
- Andiamo pure, - disse la principessa.
- Vo a dar gli ordini, - disse il principino.
- Ma... - proferì sommessamente Gertrude.
- Piano, piano, - riprese il principe: - lasciam decidere a
lei: forse oggi non si sente abbastanza disposta, e le piacerebbe più
aspettar fino a domani. Dite: volete che andiamo oggi o domani?
- Domani, - rispose, con voce fiacca, Gertrude, alla quale
pareva ancora di far qualche cosa, prendendo un po' di tempo.
- Domani, - disse solennemente il principe: - ha stabilito
che si vada domani. Intanto io vo dal vicario delle monache, a fissare un
giorno per l'esame -. Detto fatto, il principe uscì, e andò veramente (che
non fu piccola degnazione) dal detto vicario; e concertarono che verrebbe di
lì a due giorni.
In tutto il resto di quella giornata, Gertrude non ebbe un
minuto di bene. Avrebbe desiderato riposar l'animo da tante commozioni,
lasciar, per dir così, chiarire i suoi pensieri, render conto a se stessa di
ciò che aveva fatto, di ciò che le rimaneva da fare, sapere ciò che volesse,
rallentare un momento quella macchina che, appena avviata, andava così
precipitosamente; ma non ci fu verso. L'occupazioni si succedevano senza
interruzione, s'incastravano l'una con l'altra. Subito dopo partito il
principe, fu condotta nel gabinetto della principessa, per essere, sotto la
sua direzione, pettinata e rivestita dalla sua propria cameriera. Non era
ancor terminato di dar l'ultima mano, che furon avvertite ch'era in tavola.
Gertrude passò in mezzo agl'inchini della servitù, che accennava di
congratularsi per la guarigione, e trovò alcuni parenti più prossimi,
ch'erano stati invitati in fretta, per farle onore, e per rallegrarsi con
lei de' due felici avvenimenti, la ricuperata salute, e la spiegata
vocazione.
La sposina (così si chiamavan le giovani monacande, e
Gertrude, al suo apparire, fu da tutti salutata con quel nome), la sposina
ebbe da dire e da fare a rispondere a' complimenti che le fioccavan da tutte
le parti. Sentiva bene che ognuna delle sue risposte era come
un'accettazione e una conferma; ma come rispondere diversamente? Poco dopo
alzati da tavola, venne l'ora della trottata. Gertrude entrò in carrozza con
la madre, e con due zii ch'erano stati al pranzo. Dopo un solito giro, si
riuscì alla strada Marina, che allora attraversava lo spazio occupato ora
dal giardin pubblico, ed era il luogo dove i signori venivano in carrozza a
ricrearsi delle fatiche della giornata. Gli zii parlarono anche a Gertrude,
come portava la convenienza in quel giorno: e uno di loro, il qual pareva
che, più dell'altro, conoscesse ogni persona, ogni carrozza, ogni livrea, e
aveva ogni momento qualcosa da dire del signor tale e della signora tal
altra, si voltò a lei tutt'a un tratto, e le disse: - ah furbetta! voi date
un calcio a tutte queste corbellerie; siete una dirittona voi; piantate
negl'impicci noi poveri mondani, vi ritirate a fare una vita beata, e andate
in paradiso in carrozza.
Sul tardi, si tornò a casa; e i servitori, scendendo in
fretta con le torce, avvertirono che molte visite stavano aspettando. La
voce era corsa; e i parenti e gli amici venivano a fare il loro dovere.
S'entrò nella sala della conversazione. La sposina ne fu l'idolo, il
trastullo, la vittima. Ognuno la voleva per sé: chi si faceva prometter
dolci, chi prometteva visite, chi parlava della madre tale sua parente, chi
della madre tal altra sua conoscente, chi lodava il cielo di Monza, chi
discorreva, con gran sapore, della gran figura ch'essa avrebbe fatta là.
Altri, che non avevan potuto ancora avvicinarsi a Gertrude così assediata,
stavano spiando l'occasione di farsi innanzi, e sentivano un certo rimorso,
fin che non avessero fatto il loro dovere. A poco a poco, la compagnia
s'andò dileguando; tutti se n'andarono senza rimorso, e Gertrude rimase sola
co' genitori e il fratello.
- Finalmente, - disse il principe, - ho avuto la consolazione
di veder mia figlia trattata da par sua. Bisogna però confessare che anche
lei s'è portata benone, e ha fatto vedere che non sarà impicciata a far la
prima figura, e a sostenere il decoro della famiglia.
Si cenò in fretta, per ritirarsi subito, ed esser pronti
presto la mattina seguente.
Gertrude contristata, indispettita e, nello stesso tempo, un
po' gonfiata da tutti que' complimenti, si rammentò in quel punto ciò che
aveva patito dalla sua carceriera; e, vedendo il padre così disposto a
compiacerla in tutto, fuor che in una cosa, volle approfittare dell'auge in
cui si trovava, per acquietare almeno una delle passioni che la
tormentavano. Mostrò quindi una gran ripugnanza a trovarsi con colei,
lagnandosi fortemente delle sue maniere.
- Come! - disse il principe: - v'ha mancato di rispetto
colei! Domani, domani, le laverò il capo come va. Lasciate fare a me, che le
farò conoscere chi è lei, e chi siete voi. E a ogni modo, una figlia della
quale io son contento, non deve vedersi intorno una persona che le
dispiaccia -. Così detto, fece chiamare un'altra donna, e le ordinò di
servir Gertrude; la quale intanto, masticando e assaporando la soddisfazione
che aveva ricevuta, si stupiva di trovarci così poco sugo, in paragone del
desiderio che n'aveva avuto. Ciò che, anche suo malgrado, s'impossessava di
tutto il suo animo, era il sentimento de' gran progressi che aveva fatti, in
quella giornata, sulla strada del chiostro, il pensiero che a ritirarsene
ora ci vorrebbe molta più forza e risolutezza di quella che sarebbe bastata
pochi giorni prima, e che pure non s'era sentita d'avere.
La donna che andò ad accompagnarla in camera, era una vecchia
di casa, stata già governante del principino, che aveva ricevuto appena
uscito dalle fasce, e tirato su fino all'adolescenza, e nel quale aveva
riposte tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la sua gloria. Era essa
contenta della decisione fatta in quel giorno, come d'una sua propria
fortuna; e Gertrude, per ultimo divertimento, dovette succiarsi le
congratulazioni, le lodi, i consigli della vecchia, e sentir parlare di
certe sue zie e prozie, le quali s'eran trovate ben contente d'esser
monache, perché, essendo di quella casa, avevan sempre goduto i primi onori,
avevan sempre saputo tenere uno zampino di fuori, e, dal loro parlatorio,
avevano ottenuto cose che le più gran dame, nelle loro sale, non c'eran
potute arrivare. Le parlò delle visite che avrebbe ricevute: un giorno poi,
verrebbe il signor principino con la sua sposa, la quale doveva esser
certamente una gran signorona; e allora, non solo il monastero, ma tutto il
paese sarebbe in moto. La vecchia aveva parlato mentre spogliava Gertrude,
quando Gertrude era a letto; parlava ancora, che Gertrude dormiva. La
giovinezza e la fatica erano state più forti de' pensieri. Il sonno fu
affannoso, torbido, pieno di sogni penosi, ma non fu rotto che dalla voce
strillante della vecchia, che venne a svegliarla, perché si preparasse per
la gita di Monza.
- Andiamo, andiamo, signora sposina: è giorno fatto; e prima
che sia vestita e pettinata, ci vorrà un'ora almeno. La signora principessa
si sta vestendo; e l'hanno svegliata quattr'ore prima del solito. Il signor
principino è già sceso alle scuderie, poi è tornato su, ed è all'ordine per
partire quando si sia. Vispo come una lepre, quel diavoletto: ma! è stato
così fin da bambino; e io posso dirlo, che l'ho portato in collo. Ma quand'è
pronto, non bisogna farlo aspettare, perché, sebbene sia della miglior pasta
del mondo, allora s'impazientisce e strepita. Poveretto! bisogna compatirlo:
è il suo naturale; e poi questa volta avrebbe anche un po' di ragione,
perché s'incomoda per lei. Guai chi lo tocca in que' momenti! non ha
riguardo per nessuno, fuorché per il signor principe. Ma finalmente non ha
sopra di sé che il signor principe, e un giorno, il signor principe sarà
lui; più tardi che sia possibile, però. Lesta, lesta, signorina! Perché mi
guarda così incantata? A quest'ora dovrebbe esser fuor della cuccia.
All'immagine del principino impaziente, tutti gli altri
pensieri che s'erano affollati alla mente risvegliata di Gertrude, si
levaron subito, come uno stormo di passere all'apparir del nibbio. Ubbidì,
si vestì in fretta, si lasciò pettinare, e comparve nella sala, dove i
genitori e il fratello eran radunati. Fu fatta sedere sur una sedia a
braccioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata: il che, a que'
tempi, era quel che già presso i Romani il dare la veste virile.
Quando vennero a avvertir ch'era attaccato, il principe tirò
la figlia in disparte, e le disse: - orsù, Gertrude, ieri vi siete fatta
onore: oggi dovete superar voi medesima. Si tratta di fare una comparsa
solenne nel monastero e nel paese dove siete destinata a far la prima
figura. V'aspettano... - È inutile dire che il principe aveva spedito un
avviso alla badessa, il giorno avanti. - V'aspettano, e tutti gli occhi
saranno sopra di voi. Dignità e disinvoltura. La badessa vi domanderà cosa
volete: è una formalità. Potete rispondere che chiedete d'essere ammessa a
vestir l'abito in quel monastero, dove siete stata educata così
amorevolmente, dove avete ricevute tante finezze: che è la pura verità. Dite
quelle poche parole, con un fare sciolto: che non s'avesse a dire che
v'hanno imboccata, e che non sapete parlare da voi. Quelle buone madri non
sanno nulla dell'accaduto: è un segreto che deve restar sepolto nella
famiglia; e perciò non fate una faccia contrita e dubbiosa, che potesse dar
qualche sospetto. Fate vedere di che sangue uscite: manierosa, modesta; ma
ricordatevi che, in quel luogo, fuor della famiglia, non ci sarà nessuno
sopra di voi.
Senza aspettar risposta, il principe si mosse; Gertrude, la
principessa e il principino lo seguirono; scesero tutti le scale, e
montarono in carrozza. Gl'impicci e le noie del mondo, e la vita beata del
chiostro, principalmente per le giovani di sangue nobilissimo, furono il
tema della conversazione, durante il tragitto. Sul finir della strada, il
principe rinnovò l'istruzioni alla figlia, e le ripeté più volte la formola
della risposta. All'entrare in Monza, Gertrude si sentì stringere il cuore;
ma la sua attenzione fu attirata per un istante da non so quali signori che,
fatta fermar la carrozza, recitarono non so qual complimento. Ripreso il
cammino, s'andò quasi di passo al monastero, tra gli sguardi de' curiosi,
che accorrevano da tutte le parti sulla strada. Al fermarsi della carrozza,
davanti a quelle mura, davanti a quella porta, il cuore si strinse ancor più
a Gertrude. Si smontò tra due ale di popolo, che i servitori facevano stare
indietro. Tutti quegli occhi addosso alla poveretta l'obbligavano a studiar
continuamente il suo contegno: ma più di tutti quelli insieme, la tenevano
in suggezione i due del padre, a' quali essa, quantunque ne avesse così gran
paura, non poteva lasciar di rivolgere i suoi, ogni momento. E quegli occhi
governavano le sue mosse e il suo volto, come per mezzo di redini
invisibili. Attraversato il primo cortile, s'entrò in un altro, e lì si vide
la porta del chiostro interno, spalancata e tutta occupata da monache. Nella
prima fila, la badessa circondata da anziane; dietro, altre monache alla
rinfusa, alcune in punta di piedi; in ultimo le converse ritte sopra
panchetti. Si vedevan pure qua e là luccicare a mezz'aria alcuni occhietti,
spuntar qualche visino tra le tonache: eran le più destre, e le più
coraggiose tra l'educande, che, ficcandosi e penetrando tra monaca e monaca,
eran riuscite a farsi un po' di pertugio, per vedere anch'esse qualche cosa.
Da quella calca uscivano acclamazioni; si vedevan molte braccia dimenarsi,
in segno d'accoglienza e di gioia. Giunsero alla porta; Gertrude si trovò a
viso a viso con la madre badessa. Dopo i primi complimenti, questa, con una
maniera tra il giulivo e il solenne, le domandò cosa desiderasse in quel
luogo, dove non c'era chi le potesse negar nulla.
- Son qui..., - cominciò Gertrude; ma, al punto di proferir
le parole che dovevano decider quasi irrevocabilmente del suo destino, esitò
un momento, e rimase con gli occhi fissi sulla folla che le stava davanti.
Vide, in quel momento, una di quelle sue note compagne, che la guardava con
un'aria di compassione e di malizia insieme, e pareva che dicesse: ah! la
c'è cascata la brava. Quella vista, risvegliando più vivi nell'animo suo
tutti gli antichi sentimenti, le restituì anche un po' di quel poco antico
coraggio: e già stava cercando una risposta qualunque, diversa da quella che
le era stata dettata; quando, alzato lo sguardo alla faccia del padre, quasi
per esperimentar le sue forze, scorse su quella un'inquietudine così cupa,
un'impazienza così minaccevole, che, risoluta per paura, con la stessa
prontezza che avrebbe preso la fuga dinanzi un oggetto terribile, proseguì:
- son qui a chiedere d'esser ammessa a vestir l'abito religioso, in questo
monastero, dove sono stata allevata così amorevolmente -. La badessa rispose
subito, che le dispiaceva molto, in una tale occasione, che le regole non le
permettessero di dare immediatamente una risposta, la quale doveva venire
dai voti comuni delle suore, e alla quale doveva precedere la licenza de'
superiori. Che però Gertrude, conoscendo i sentimenti che s'avevan per lei
in quel luogo, poteva preveder con certezza qual sarebbe questa risposta; e
che intanto nessuna regola proibiva alla badessa e alle suore di manifestare
la consolazione che sentivano di quella richiesta. S'alzò allora un frastono
confuso di congratulazioni e d'acclamazioni. Vennero subito gran guantiere
colme di dolci, che furon presentati, prima alla sposina, e dopo ai parenti.
Mentre alcune monache facevano a rubarsela, e altre complimentavan la madre,
altre il principino, la badessa fece pregare il principe che volesse venire
alla grata del parlatorio, dove l'attendeva. Era accompagnata da due
anziane; e quando lo vide comparire, - signor principe, - disse: - per
ubbidire alle regole... per adempire una formalità indispensabile, sebbene
in questo caso... pure devo dirle... che, ogni volta che una figlia chiede
d'essere ammessa a vestir l'abito,... la superiora, quale io sono
indegnamente,... è obbligata d'avvertire i genitori... che se, per caso...
forzassero la volontà della figlia, incorrerebbero nella scomunica. Mi
scuserà...
- Benissimo, benissimo, reverenda madre. Lodo la sua
esattezza: è troppo giusto... Ma lei non può dubitare... - Oh! pensi, signor
principe,... ho parlato per obbligo preciso,... del resto...
- Certo, certo, madre badessa.
Barattate queste poche parole, i due interlocutori
s'inchinarono vicendevolmente, e si separarono, come se a tutt'e due pesasse
di rimaner lì testa testa; e andarono a riunirsi ciascuno alla sua
compagnia, l'uno fuori, l'altra dentro la soglia claustrale. Dato luogo a un
po' d'altre ciarle, - Oh via, - disse il principe: - Gertrude potrà presto
godersi a suo bell'agio la compagnia di queste madri. Per ora le abbiamo
incomodate abbastanza -. Così detto, fece un inchino; la famiglia si mosse
con lui; si rinnovarono i complimenti, e si partì.
Gertrude, nel tornare, non aveva troppa voglia di discorrere.
Spaventata del passo che aveva fatto, vergognosa della sua dappocaggine,
indispettita contro gli altri e contro sé stessa, faceva tristamente il
conto dell'occasioni, che le rimanevano ancora di dir di no; e prometteva
debolmente e confusamente a sé stessa che, in questa, o in quella, o in
quell'altra, sarebbe più destra e più forte. Con tutti questi pensieri, non
le era però cessato affatto il terrore di quel cipiglio del padre; talché,
quando, con un'occhiata datagli alla sfuggita, poté chiarirsi che sul volto
di lui non c'era più alcun vestigio di collera, quando anzi vide che si
mostrava soddisfattissimo di lei, le parve una bella cosa, e fu, per un
istante, tutta contenta.
Appena arrivati, bisognò rivestirsi e rilisciarsi; poi il
desinare, poi alcune visite, poi la trottata, poi la conversazione, poi la
cena. Sulla fine di questa, il principe mise in campo un altro affare, la
scelta della madrina. Così si chiamava una dama, la quale, pregata da'
genitori, diventava custode e scorta della giovane monacanda, nel tempo tra
la richiesta e l'entratura nel monastero; tempo che veniva speso in visitar
le chiese, i palazzi pubblici, le conversazioni, le ville, i santuari: tutte
le cose in somma più notabili della città e de' contorni; affinché le
giovani, prima di proferire un voto irrevocabile, vedessero bene a cosa
davano un calcio. - Bisognerà pensare a una madrina, - disse il principe: -
perché domani verrà il vicario delle monache, per la formalità dell'esame, e
subito dopo, Gertrude verrà proposta in capitolo, per esser accettata dalle
madri -. Nel dir questo, s'era voltato verso la principessa; e questa,
credendo che fosse un invito a proporre, cominciava: - ci sarebbe... - Ma il
principe interruppe: - No, no, signora principessa: la madrina deve prima di
tutto piacere alla sposina; e benché l'uso universale dia la scelta ai
parenti, pure Gertrude ha tanto giudizio, tanta assennatezza, che merita
bene che si faccia un'eccezione per lei -. E qui, voltandosi a Gertrude, in
atto di chi annunzia una grazia singolare, continuò: - ognuna delle dame che
si son trovate questa sera alla conversazione, ha quel che si richiede per
esser madrina d'una figlia della nostra casa; non ce n'è nessuna, crederei,
che non sia per tenersi onorata della preferenza: scegliete voi.
Gertrude vedeva bene che far questa scelta era dare un nuovo
consenso; ma la proposta veniva fatta con tanto apparato, che il rifiuto,
per quanto fosse umile, poteva parer disprezzo, o almeno capriccio e
leziosaggine. Fece dunque anche quel passo; e nominò la dama che, in quella
sera, le era andata più a genio; quella cioè che le aveva fatto più carezze,
che l'aveva più lodata, che l'aveva trattata con quelle maniere famigliari,
affettuose e premurose, che, ne' primi momenti d'una conoscenza,
contraffanno una antica amicizia. - Ottima scelta, - disse il principe, che
desiderava e aspettava appunto quella. Fosse arte o caso, era avvenuto come
quando il giocator di bussolotti facendovi scorrere davanti agli occhi le
carte d'un mazzo, vi dice che ne pensiate una, e lui poi ve la indovinerà;
ma le ha fatte scorrere in maniera che ne vediate una sola. Quella dama era
stata tanto intorno a Gertrude tutta la sera, l'aveva tanto occupata di sé,
che a questa sarebbe bisognato uno sforzo di fantasia per pensarne un'altra.
Tante premure poi non eran senza motivo: la dama aveva, da molto tempo,
messo gli occhi addosso al principino, per farlo suo genero: quindi
riguardava le cose di quella casa come sue proprie; ed era ben naturale che
s'interessasse per quella cara Gertrude, niente meno de' suoi parenti più
prossimi.
Il giorno dopo, Gertrude si svegliò col pensiero
dell'esaminatore che doveva venire; e mentre stava ruminando se potesse
cogliere quella occasione così decisiva, per tornare indietro, e in qual
maniera, il principe la fece chiamare. - Orsù, figliuola, - le disse: -
finora vi siete portata egregiamente: oggi si tratta di coronar l'opera.
Tutto quel che s'è fatto finora, s'è fatto di vostro consenso. Se in questo
tempo vi fosse nato qualche dubbio, qualche pentimentuccio, grilli di
gioventù, avreste dovuto spiegarvi; ma al punto a cui sono ora le cose, non
è più tempo di far ragazzate. Quell'uomo dabbene che deve venire stamattina,
vi farà cento domande sulla vostra vocazione: e se vi fate monaca di vostra
volontà, e il perché e il per come, e che so io? Se voi titubate nel
rispondere, vi terrà sulla corda chi sa quanto. Sarebbe un'uggia, un
tormento per voi; ma ne potrebbe anche venire un altro guaio più serio. Dopo
tutte le dimostrazioni pubbliche che si son fatte, ogni più piccola
esitazione che si vedesse in voi, metterebbe a repentaglio il mio onore,
potrebbe far credere ch'io avessi presa una vostra leggerezza per una ferma
risoluzione, che avessi precipitato la cosa, che avessi... che so io? In
questo caso, mi troverei nella necessità di scegliere tra due partiti
dolorosi: o lasciar che il mondo formi un tristo concetto della mia
condotta: partito che non può stare assolutamente con ciò che devo a me
stesso. O svelare il vero motivo della vostra risoluzione e... - Ma qui,
vedendo che Gertrude era diventata scarlatta, che le si gonfiavan gli occhi,
e il viso si contraeva, come le foglie d'un fiore, nell'afa che precede la
burrasca, troncò quel discorso, e, con aria serena, riprese: - via, via,
tutto dipende da voi, dal vostro buon giudizio. So che n'avete molto, e non
siete ragazza da guastar sulla fine una cosa fatta bene; ma io doveva
preveder tutti i casi. Non se ne parli più; e restiam d'accordo che voi
risponderete con franchezza, in maniera di non far nascer dubbi nella testa
di quell'uomo dabbene. Così anche voi ne sarete fuori più presto -. E qui,
dopo aver suggerita qualche risposta all'interrogazioni più probabili, entrò
nel solito discorso delle dolcezze e de' godimenti ch'eran preparati a
Gertrude nel monastero; e la trattenne in quello, fin che venne un servitore
ad annunziare il vicario. Il principe rinnovò in fretta gli avvertimenti più
importanti, e lasciò la figlia sola con lui, com'era prescritto.
L'uomo dabbene veniva con un po' d'opinione già fatta che
Gertrude avesse una gran vocazione al chiostro: perché così gli aveva detto
il principe, quando era stato a invitarlo. È vero che il buon prete, il
quale sapeva che la diffidenza era una delle virtù più necessarie nel suo
ufizio, aveva per massima d'andar adagio nel credere a simili proteste, e di
stare in guardia contro le preoccupazioni; ma ben di rado avviene che le
parole affermative e sicure d'una persona autorevole, in qualsivoglia
genere, non tingano del loro colore la mente di chi le ascolta.
Dopo i primi complimenti, - signorina, - le disse, - io vengo
a far la parte del diavolo; vengo a mettere in dubbio ciò che, nella sua
supplica lei ha dato per certo; vengo a metterle davanti agli occhi le
difficoltà, e ad accertarmi se le ha ben considerate. Si contenti ch'io le
faccia qualche interrogazione.
- Dica pure, - rispose Gertrude.
Il buon prete cominciò allora a interrogarla, nella forma
prescritta dalle regole. - Sente lei in cuor suo una libera, spontanea
risoluzione di farsi monaca? Non sono state adoperate minacce, o lusinghe?
Non s'è fatto uso di nessuna autorità, per indurla a questo? Parli senza
riguardi, e con sincerità, a un uomo il cui dovere è di conoscere la sua
vera volontà, per impedire che non le venga usata violenza in nessun modo.
La vera risposta a una tale domanda s'affacciò subito alla
mente di Gertrude, con un'evidenza terribile. Per dare quella risposta,
bisognava venire a una spiegazione, dire di che era stata minacciata,
raccontare una storia... L'infelice rifuggì spaventata da questa idea; cercò
in fretta un'altra risposta; ne trovò una sola che potesse liberarla presto
e sicuramente da quel supplizio, la più contraria al vero. - Mi fo monaca, -
disse, nascondendo il suo turbamento, - mi fo monaca, di mio genio,
liberamente.
- Da quanto tempo le è nato codesto pensiero? - domandò
ancora il buon prete.
- L'ho sempre avuto, - rispose Gertrude, divenuta, dopo quel
primo passo, più franca a mentire contro se stessa.
- Ma quale è il motivo principale che la induce a farsi
monaca?
Il buon prete non sapeva che terribile tasto toccasse; e
Gertrude si fece una gran forza per non lasciar trasparire sul viso
l'effetto che quelle parole le producevano nell'animo. - Il motivo, - disse,
- è di servire a Dio, e di fuggire i pericoli del mondo.
- Non sarebbe mai qualche disgusto? qualche... mi scusi...
capriccio? Alle volte, una cagione momentanea può fare un'impressione che
par che deva durar sempre; e quando poi la cagione cessa, e l'animo si muta,
allora...
- No, no, - rispose precipitosamente Gertrude: - la cagione è
quella che le ho detto.
Il vicario, più per adempire interamente il suo obbligo, che
per la persuasione che ce ne fosse bisogno, insistette con le domande; ma
Gertrude era determinata d'ingannarlo. Oltre il ribrezzo che le cagionava il
pensiero di render consapevole della sua debolezza quel grave e dabben
prete, che pareva così lontano dal sospettar tal cosa di lei; la poveretta
pensava poi anche ch'egli poteva bene impedire che si facesse monaca; ma lì
finiva la sua autorità sopra di lei, e la sua protezione. Partito che fosse,
essa rimarrebbe sola col principe. E qualunque cosa avesse poi a patire in
quella casa, il buon prete non n'avrebbe saputo nulla, o sapendolo, con
tutta la sua buona intenzione, non avrebbe potuto far altro che aver
compassione di lei, quella compassione tranquilla e misurata, che, in
generale, s'accorda, come per cortesia, a chi abbia dato cagione o pretesto
al male che gli fanno. L'esaminatore fu prima stanco d'interrogare, che la
sventurata di mentire: e, sentendo quelle risposte sempre conformi, e non
avendo alcun motivo di dubitare della loro schiettezza, mutò finalmente
linguaggio; si rallegrò con lei, le chiese, in certo modo, scusa d'aver
tardato tanto a far questo suo dovere; aggiunse ciò che credeva più atto a
confermarla nel buon proposito; e si licenziò.
Attraversando le sale per uscire, s'abbatté nel principe, il
quale pareva che passasse di là a caso; e con lui pure si congratulò delle
buone disposizioni in cui aveva trovata la sua figliuola. Il principe era
stato fino allora in una sospensione molto penosa: a quella notizia,
respirò, e dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi di corsa da
Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di promesse, con un giubilo
cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera: così fatto è questo
guazzabuglio del cuore umano.
Noi non seguiremo Gertrude in quel giro continuato di
spettacoli e di divertimenti. E neppure descriveremo, in particolare e per
ordine, i sentimenti dell'animo suo in tutto quel tempo: sarebbe una storia
di dolori e di fluttuazioni, troppo monotona, e troppo somigliante alle cose
già dette. L'amenità de' luoghi, la varietà degli oggetti, quello svago che
pur trovava nello scorrere in qua e in là all'aria aperta, le rendevan più
odiosa l'idea del luogo dove alla fine si smonterebbe per l'ultima volta,
per sempre. Più pungenti ancora eran l'impressioni che riceveva nelle
conversazioni e nelle feste. La vista delle spose alle quali si dava questo
titolo nel senso più ovvio e più usitato, le cagionava un'invidia, un
rodimento intollerabile; e talvolta l'aspetto di qualche altro personaggio
le faceva parere che, nel sentirsi dare quel titolo, dovesse trovarsi il
colmo d'ogni felicità. Talvolta la pompa de' palazzi, lo splendore degli
addobbi, il brulichìo e il fracasso giulivo delle feste, le comunicavano
un'ebbrezza, un ardor tale di viver lieto, che prometteva a se stessa di
disdirsi, di soffrir tutto, piuttosto che tornare all'ombra fredda e morta
del chiostro. Ma tutte quelle risoluzioni sfumavano alla considerazione più
riposata delle difficoltà, al solo fissar gli occhi in viso al principe.
Talvolta anche, il pensiero di dover abbandonare per sempre que' godimenti,
gliene rendeva arnaro e penoso quel piccol saggio; come l'infermo assetato
guarda con rabbia, e quasi rispinge con dispetto il cucchiaio d'acqua che il
medico gli concede a fatica. Intanto il vicario delle monache ebbe
rilasciata l'attestazione necessaria, e venne la licenza di tenere il
capitolo per l'accettazione di Gertrude. Il capitolo si tenne; concorsero,
com'era da aspettarsi, i due terzi de' voti segreti ch'eran richiesti da'
regolamenti; e Gertrude fu accettata. Lei medesima, stanca di quel lungo
strazio, chiese allora d'entrar più presto che fosse possibile, nel
monastero. Non c'era sicuramente chi volesse frenare una tale impazienza. Fu
dunque fatta la sua volontà; e, condotta pomposamente al monastero, vestì
l'abito. Dopo dodici mesi di noviziato, pieni di pentimenti e di
ripentimenti, si trovò al momento della professione, al momento cioè in cui
conveniva, o dire un no più strano, più inaspettato, più scandaloso che mai,
o ripetere un sì tante volte detto; lo ripeté, e fu monaca per sempre.
È una delle facoltà singolari e incomunicabili della
religione cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in
qualsivoglia congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al
passato c'è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per
metterlo in opera, a qualunque costo; se non c'è, essa dà il modo di far
realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessita virtù.
Insegna a continuare con sapienza ciò ch'è stato intrapreso per leggerezza;
piega l'animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto dalla
prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta
la santità, tutta la saviezza, diciamolo pur francamente, tutte le gioie
della vocazione. È una strada così fatta che, da qualunque laberinto, da
qualunque precipizio, l'uomo capiti ad essa, e vi faccia un passo, può
d'allora in poi camminare con sicurezza e di buona voglia, e arrivar
lietamente a un lieto fine. Con questo mezzo, Gertrude avrebbe potuto essere
una monaca santa e contenta, comunque lo fosse divenuta. Ma l'infelice si
dibatteva in vece sotto il giogo, e così ne sentiva più forte il peso e le
scosse. Un rammarico incessante della libertà perduta, l'abborrimento dello
stato presente, un vagar faticoso dietro a desidèri che non sarebbero mai
soddisfatti, tali erano le principali occupazioni dell'animo suo.
Rimasticava quell'amaro passato, ricomponeva nella memoria tutte le
circostanze per le quali si trovava lì; e disfaceva mille volte inutilmente
col pensiero ciò che aveva fatto con l'opera; accusava sé di dappocaggine,
altri di tirannia e di perfidia; e si rodeva. Idolatrava insieme e piangeva
la sua bellezza, deplorava una gioventù destinata a struggersi in un lento
martirio, e invidiava, in certi momenti, qualunque donna, in qualunque
condizione, con qualunque coscienza, potesse liberamente godersi nel mondo
que' doni.
La vista di quelle monache che avevan tenuto di mano a
tirarla là dentro, le era odiosa. Si ricordava l'arti e i raggiri che avevan
messi in opera, e le pagava con tante sgarbatezze, con tanti dispetti, e
anche con aperti rinfacciamenti. A quelle conveniva le più volte mandar giù
e tacere: perché il principe aveva ben voluto tiranneggiar la figlia quanto
era necessario per ispingerla al chiostro; ma ottenuto l'intento, non
avrebbe così facilmente sofferto che altri pretendesse d'aver ragione contro
il suo sangue: e ogni po' di rumore che avesser fatto, poteva esser cagione
di far loro perdere quella gran protezione, o cambiar per avventura il
protettore in nemico. Pare che Gertrude avrebbe dovuto sentire una certa
propensione per l'altre suore, che non avevano avuto parte in quegl'intrighi,
e che, senza averla desiderata per compagna, l'amavano come tale; e pie,
occupate e ilari, le mostravano col loro esempio come anche là dentro si
potesse non solo vivere, ma starci bene. Ma queste pure le erano odiose, per
un altro verso. La loro aria di pietà e di contentezza le riusciva come un
rimprovero della sua inquietudine, e della sua condotta bisbetica; e non
lasciava sfuggire occasione di deriderle dietro le spalle, come pinzochere,
o di morderle come ipocrite. Forse sarebbe stata meno avversa ad esse, se
avesse saputo o indovinato che le poche palle nere, trovate nel bossolo che
decise della sua accettazione, c'erano appunto state messe da quelle.
Qualche consolazione le pareva talvolta di trovar nel
comandare, nell'esser corteggiata in monastero, nel ricever visite di
complimento da persone di fuori, nello spuntar qualche impegno, nello
spendere la sua protezione, nel sentirsi chiamar la signora; ma quali
consolazioni! Il cuore, trovandosene così poco appagato, avrebbe voluto di
quando in quando aggiungervi, e goder con esse le consolazioni della
religione; ma queste non vengono se non a chi trascura quell'altre: come il
naufrago, se vuole afferrar la tavola che può condurlo in salvo sulla riva,
deve pure allargare il pugno, e abbandonar l'alghe, che aveva prese, per una
rabbia d'istinto.
Poco dopo la professione, Gertrude era stata fatta maestra
dell'educande; ora pensate come dovevano stare quelle giovinette, sotto una
tal disciplina. Le sue antiche confidenti eran tutte uscite; ma lei serbava
vive tutte le passioni di quel tempo; e, in un modo o in un altro, l'allieve
dovevan portarne il peso. Quando le veniva in mente che molte di loro eran
destinate a vivere in quel mondo dal quale essa era esclusa per sempre,
provava contro quelle poverine un astio, un desiderio quasi di vendetta; e
le teneva sotto, le bistrattava, faceva loro scontare anticipatamente i
piaceri che avrebber goduti un giorno. Chi avesse sentito, in que' momenti,
con che sdegno magistrale le gridava, per ogni piccola scappatella,
l'avrebbe creduta una donna d'una spiritualità salvatica e indiscreta. In
altri momenti, lo stesso orrore per il chiostro, per la regola, per
l'ubbidienza, scoppiava in accessi d'umore tutto opposto. Allora, non solo
sopportava la svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma l'eccitava; si
mischiava ne' loro giochi, e li rendeva più sregolati; entrava a parte de'
loro discorsi, e li spingeva più in là dell'intenzioni con le quali esse gli
avevano incominciati. Se qualcheduna diceva una parola sul cicalìo della
madre badessa, la maestra lo imitava lungamente, e ne faceva una scena di
commedia; contraffaceva il volto d'una monaca, l'andatura d'un'altra: rideva
allora sgangheratamente; ma eran risa che non la lasciavano più allegra di
prima. Così era vissuta alcuni anni, non avendo comodo, né occasione di far
di più; quando la sua disgrazia volle che un'occasione si presentasse.
Tra l'altre distinzioni e privilegi che le erano stati
concessi, per compensarla di non poter esser badessa, c'era anche quello di
stare in un quartiere a parte. Quel lato del monastero era contiguo a una
casa abitata da un giovine, scellerato di professione, uno de' tanti, che,
in que' tempi, e co' loro sgherri, e con l'alleanze d'altri scellerati,
potevano, fino a un certo segno, ridersi della forza pubblica e delle leggi.
Il nostro manoscritto lo nomina Egidio, senza parlar del casato. Costui, da
una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel quartiere, avendo
veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar lì, per ozio, allettato
anzi che atterrito dai pericoli e dall'empietà dell'impresa, un giorno osò
rivolgerle il discorso. La sventurata rispose.
In que' primi momenti, provò una contentezza, non schietta al
certo, ma viva. Nel vòto uggioso dell'animo suo s'era venuta a infondere
un'occupazione forte, continua e, direi quasi, una vita potente; ma quella
contentezza era simile alla bevanda ristorativa che la crudeltà ingegnosa
degli antichi mesceva al condannato, per dargli forza a sostenere i
tormenti. Si videro, nello stesso tempo, di gran novità in tutta la sua
condotta: divenne, tutt'a un tratto, più regolare, più tranquilla, smesse
gli scherni e il brontolìo, si mostrò anzi carezzevole e manierosa,
dimodoché le suore si rallegravano a vicenda del cambiamento felice; lontane
com'erano dall'immaginarne il vero motivo, e dal comprendere che quella
nuova virtù non era altro che ipocrisia aggiunta all'antiche magagne. Quell'apparenza
però, quella, per dir così, imbiancatura esteriore, non durò gran tempo,
almeno con quella continuità e uguaglianza: ben presto tornarono in campo i
soliti dispetti e i soliti capricci, tornarono a farsi sentire
l'imprecazioni e gli scherni contro la prigione claustrale, e talvolta
espressi in un linguaggio insolito in quel luogo, e anche in quella bocca.
Però, ad ognuna di queste scappate veniva dietro un pentimento, una gran
cura di farle dimenticare, a forza di moine e buone parole. Le suore
sopportavano alla meglio tutti questi alt'e bassi, e gli attribuivano
all'indole bisbetica e leggiera della signora.
Per qualche tempo, non parve che nessuna pensasse più in là;
ma un giorno che la signora, venuta a parole con una conversa, per non so
che pettegolezzo, si lasciò andare a maltrattarla fuor di modo, e non la
finiva più, la conversa, dopo aver sofferto, ed essersi morse le labbra un
pezzo, scappatale finalmente la pazienza, buttò là una parola, che lei
sapeva qualche cosa, e, che, a tempo e luogo, avrebbe parlato. Da quel
momento in poi, la signora non ebbe più pace. Non passò però molto tempo,
che la conversa fu aspettata in vano, una mattina, a' suoi ufizi consueti:
si va a veder nella sua cella, e non si trova: è chiamata ad alta voce; non
risponde: cerca di qua, cerca di là, gira e rigira, dalla cima al fondo; non
c'è in nessun luogo. E chi sa quali congetture si sarebber fatte, se,
appunto nel cercare, non si fosse scoperto una buca nel muro dell'orto; la
qual cosa fece pensare a tutte, che fosse sfrattata di là. Si fecero gran
ricerche in Monza e ne' contorni, e principalmente a Meda, di dov'era quella
conversa; si scrisse in varie parti: non se n'ebbe mai la più piccola
notizia. Forse se ne sarebbe potuto saper di più, se, in vece di cercar
lontano, si fosse scavato vicino. Dopo molte maraviglie, perché nessuno
l'avrebbe creduta capace di ciò, e dopo molti discorsi, si concluse che
doveva essere andata lontano, lontano. E perché scappò detto a una suora: -
s'è rifugiata in Olanda di sicuro, - si disse subito, e si ritenne per un
pezzo, nel monastero e fuori, che si fosse rifugiata in Olanda. Non pare
però che la signora fosse di questo parere. Non già che mostrasse di non
credere, o combattesse l'opinion comune, con sue ragioni particolari: se ne
aveva, certo, ragioni non furono mai così ben dissimulate; né c'era cosa da
cui s'astenesse più volentieri che da rimestar quella storia, cosa di cui si
curasse meno che di toccare il fondo di quel mistero. Ma quanto meno ne
parlava, tanto più ci pensava. Quante volte al giorno l'immagine di quella
donna veniva a cacciarsi d'improvviso nella sua mente, e si piantava lì, e
non voleva moversi! Quante volte avrebbe desiderato di vedersela dinanzi
viva e reale, piuttosto che averla sempre fissa nel pensiero, piuttosto che
dover trovarsi, giorno e notte, in compagnia di quella forma vana,
terribile, impassibile! Quante volte avrebbe voluto sentir davvero la voce
di colei, qualunque cosa avesse potuto minacciare, piuttosto che aver sempre
nell'intimo dell'orecchio mentale il susurro fantastico di quella stessa
voce, e sentirne parole ripetute con una pertinacia, con un'insistenza
infaticabile, che nessuna persona vivente non ebbe mai!
Era
scorso circa un anno dopo quel fatto, quando Lucia fu presentata alla
signora, ed ebbe con lei quel colloquio al quale siam rimasti col racconto.
La signora moltiplicava le domande intorno alla persecuzione di don Rodrigo,
e entrava in certi particolari, con una intrepidezza, che riuscì e doveva
riuscire più che nuova a Lucia, la quale non aveva mai pensato che la
curiosità delle monache potesse esercitarsi intorno a simili argomenti. I
giudizi poi che quella frammischiava all'interrogazioni, o che lasciava
trasparire, non eran meno strani. Pareva quasi che ridesse del gran ribrezzo
che Lucia aveva sempre avuto di quel signore, e domandava se era un mostro,
da far tanta paura: pareva quasi che avrebbe trovato irragionevole e sciocca
la ritrosia della giovine, se non avesse avuto per ragione la preferenza
data a Renzo. E su questo pure s'avanzava a domande, che facevano stupire e
arrossire l'interrogata. Avvedendosi poi d'aver troppo lasciata correr la
lingua dietro agli svagamenti del cervello, cercò di correggere e
d'interpretare in meglio quelle sue ciarle; ma non poté fare che a Lucia non
ne rimanesse uno stupore dispiacevole, e come un confuso spavento. E appena
poté trovarsi sola con la madre, se n'aprì con lei; ma Agnese, come più
esperta, sciolse, con poche parole, tutti que' dubbi, e spiegò tutto il
mistero. - Non te ne far maraviglia, - disse: - quando avrai conosciuto il
mondo quanto me, vedrai che non son cose da farsene maraviglia. I signori,
chi più, chi meno, chi per un verso, chi per un altro, han tutti un po' del
matto. Convien lasciarli dire, principalmente quando s'ha bisogno di loro;
far vista d'ascoltarli sul serio, come se dicessero delle cose giuste. Hai
sentito come m'ha dato sulla voce, come se avessi detto qualche gran
sproposito? Io non me ne son fatta caso punto. Son tutti così. E con tutto
ciò, sia ringraziato il cielo, che pare che questa signora t'abbia preso a
ben volere, e voglia proteggerci davvero. Del resto, se camperai, figliuola
mia, e se t'accaderà ancora d'aver che fare con de' signori, ne sentirai, ne
sentirai, ne sentirai.
