Attraversando il cortile, il guardiano addottrinò le donne
sul modo da tenersi colla Signora: «Siate umili, e riverenti, raccomandatevi
alla sua protezione, rispondete con semplicità alle interrogazioni ch'ella
sarà per farvi, e quando non siete interrogate, lasciate fare a me».
Agnese e Lucia stavano in grande aspettazione, mista di
speranza, e di pensiero di questa Signora: ma non ardirono nemmeno domandare
al padre chi ella fosse: probabilmente un lettore di questi tempi non sarà
così modesto, e per prevenire la sua impazienza è forza dirgli chi fosse la
Signora; ma, come si usa con chi vuol troppo pressare, si potrà dargli una
risposta, la quale sembrando soddisfare a tutta la sua inchiesta, contenga
però solo quel tanto che non si potrebbe tacere.
Era la Signora una giovane donna, uscita di sangue
principesco che era stata posta dall'adolescenza in quel monistero, e vi
aveva assunto il velo, e fatta la professione. Aveva essa l'incarico di
vegliare sulle fanciulle che erano nel monistero per educazione, e il suo
titolo sarebbe stato, maestra delle educande; ma per la sua nascita, per le
parentele, e per la superiorità che queste le davano sulle altre sorelle,
non era chiamata con altro nome che di Signora; ed era da tutte riguardata,
come la protettrice, la donna principe del monistero; e con una distinzione
unica, due suore erano destinate ai suoi servigi ed abitavano seco lei in un
picciolo quartiere ch'ella teneva invece di cella.
La sua protezione e la sua influenza si estendeva fuori delle
mura del monistero; e i cappuccini i quali di generazione in generazione, o
per meglio dire di vestizione in vestizione, erano ab immemorabili in
rapporto di amicizia col monistero, godevano essi pure di questa protezione.
Ecco perché il padre guardiano fece tosto assegnamento su la Signora, ed
ecco perché Lucia è condotta ora dinanzi a lei.
Dal cortile si entrò in una stanza terrena, e da questa si
passava al parlatorio; prima di porvi il piede il guardiano, accennando la
porta aperta disse sottovoce alle donne: «qui è la Signora», come per farle
rissovenire di tutti gli avvertimenti che dovevano seguire. Lucia non aveva
mai veduto un monistero: ponendo tutta timorosa il piede sulla soglia del
parlatorio, si guardò intorno per vedere dove fosse la Signora a cui si
doveva fare l'inchino, e non iscorgendo persona, stava come smemorata,
quando osservando il padre che andava ritto verso una parte, e Agnese che lo
seguiva, guatò, e vide un pertugio alto la metà d'una finestra, e largo
quasi il doppio con una doppia grata la quale togliendo ogni passaggio alla
stanza vicina, la lasciava però quasi tutta vedere, e presso alla grata vide
la Signora in piedi, e le s'inchinò profondamente come avevano già fatto gli
altri due.
L'aspetto della Signora, d'una bellezza sbattuta, sfiorita
alquanto, e direi quasi un po' conturbata, ma singolare, poteva mostrare
venticinque anni. Un velo nero teso orizzontalmente sopra la testa scendeva
a dritta e a manca dietro il volto, sotto il velo una benda di lino
stringeva la fronte, al mezzo; e la parte che si vedeva diversamente ma non
meno bianca della benda sembrava un candido avorio posato in un nitido
foglio di carta: ma quella fronte liscia ed elevata si corrugava di tratto
in tratto quando due nerissimi sopracigli si riavvicinavano per tosto
separarsi con un rapido movimento. Due occhi pur nerissimi si fissavano
talvolta nel volto altrui con una investigazione dominatrice, e talvolta si
rivolgevano ad un tratto come per fuggire: v'era in quegli occhi un non so
che d'inquieto e di erratico, una espressione istantanea che annunziava
qualche cosa di più vivo, di più recondito, talvolta di opposto a quello che
suonavano le parole che quegli sguardi accompagnavano. Le guance
pallidissime, ma delicate scendevano con una curva dolce ed eguale ad un
mento rilevato appena come quello d'una statua greca. Le labbra
regolarissime, dolcemente prominenti, benché colorate appena d'un roseo
tenue, spiccavano pure fra quel pallore; e i loro moti erano, come quelli
degli occhi, vivi, inaspettati, pieni di espressione e di mistero. Una
gorgiera bianca, increspata lasciava intravedere una striscia di collo
bianco e tornito: la nera cocolla copriva il rimanente dell'alta persona, ma
un portamento disinvolto, risoluto, rivelava o indicava, ad ogni
rivolgimento, forme di alta e regolare proporzione. Nel vestire stesso v'era
qua e là qualche cosa di studiato, o di negletto, di stranio insomma che
osservato in uno colla espressione del volto dava alla Signora l'aspetto di
una monaca singolare. La stoffa della cocolla e dei veli era più fine che
non s'usasse a monache, il seno era succinto con un certo garbo secolaresco,
e dalla benda usciva sulla tempia manca l'estremità d'una ciocchetta di
nerissimi capegli; il che mostrava o dimenticanza o trascuraggine di tener
secondo la regola, sempre mozze le chiome già recise nella cerimonia solenne
della vestizione.
Questa stessa singolarità si faceva osservare nei moti, nel
discorso nei gesti della Signora. S'alzava ella talora con impeto a mezzo il
discorso, come se temesse in quel momento di esser tenuta, e passeggiava pel
parlatorio; talvolta dava in risa smoderate, talvolta levando gli occhi,
senza che se ne intendesse una cagione, prorompeva in sospiri; talvolta dopo
una lunga e manifesta distrazione, si risentiva, ed approvava con negligenza
ragionamenti che la sua mente non aveva avvertiti.
Queste cose non si facevano scorgere a Lucia non avvezza a
scernere monaca da monaca, e neppure ad Agnese: l'occhio del padre guardiano
era certamente più esercitato, ma perciò appunto era avvezzo ad osservare
senza maraviglia nei grandi sempre qualche cosa di straordinario; e quindi
s'era già da molto tempo addomesticato all'abito e ai modi della Signora. Ma
ad un viaggiatore che l'avesse veduta per la prima volta ella avrebbe potuto
parere non molto dissimile da una attrice ardimentosa, di quelle che nei
paesi separati dalla comunione cattolica facevano le parti di monaca in
quelle commedie dove i riti cattolici erano soggetto di beffa e di parodia
caricata.
In quel momento ella era, come abbiamo detto, ritta in piedi,
presso la grata, appoggiata ad essa mollemente con una mano, intrecciando le
bianchissime dita nei fori di quella, e colla faccia alquanto curvata
osservando quelli che si presentavano, e specialmente Lucia.
«Reverenda madre, e signora illustrissima», disse il padre
guardiano colla fronte bassa, e con la destra tesa sul petto; «ecco quella
innocente derelitta, per la quale imploro la valida sua protezione». E sulle
ultime parole accennava alle donne che accompagnassero con atti e con
inchini la sua supplicazione; la povera Agnese dopo d'aver fatto al padre un
cenno del volto che voleva dire: - so quel che va fatto - raddoppiava
gl'inchini, rannicchiandosi, e risorgendo come se una molla interna la
facesse muovere, e Lucia s'inchinò pure, da inesperta, ma con una certa
grazia che la bellezza, la giovinezza, e la purità dell'animo danno a tutti
i movimenti. La Signora curvò leggermente il capo verso il padre guardiano,
fece alle donne cenno della mano che bastava, e ch'ella gradiva i loro
complimenti, fece a tutti cenno di sedersi, sedette e sempre rivolta al
padre, rispose: «Ho appreso dai miei antenati a non negare la mia protezione
a chiunque la meriti: io non ho da essi ereditato che il nome; e son lieta
che anche questo possa almeno essere buono a qualche cosa. È una buona
ventura per me il potere render servizio a' nostri buoni amici i padri
cappuccini». Queste parole furono accompagnate da un sorriso che ad altri
avrebbe potuto parere di compiacenza, ad altri di scherno. Il Padre
guardiano si faceva a render grazie, ma la Signora lo interruppe: «Non mica
complimenti, padre guardiano; i servigj fatti agli amici hanno con sè il
loro guiderdone; e del resto ad ogni evento io non dubiterei di far conto
sul ricambio dei nostri buoni padri. Il mondo è pieno di tristi e
d'invidiosi: e nessuno può assicurarsi che non venga un momento in cui possa
aver bisogno di una buona testimonianza, e d'ajuto».
Il guardiano rispose premurosamente con una frase di gesti:
la prima parte della quale significava che la Signora non avrebbe mai
bisogno di nessuno, e la seconda che i padri avrebbero tenuta a guadagno
ogni occasione di far cosa grata alla Signora. Questa proseguì: «Ma via; mi
dica un po' più particolarmente il caso di questa giovane, e così si vedrà
meglio che si possa fare per essa».
Lucia arrossò tutta, e chinò la faccia sul seno. «Deve
sapere, reverenda madre», cominciò Agnese, «che questa mia povera figliuola,
perché io sono sua madre...»
Il guardiano le gittò un'occhiata e interruppe.
«Questa giovane, signora illustrissima, mi è raccomandata da
un mio confratello: essa ha bisogno per qualche tempo di un asilo nel quale
possa stare sconosciuta, o nel quale nessuno ardisca toccarla; e questo per
sottrarsi a dei gravi pericoli».
«Pericoli!» disse la Signora. «Quali pericoli? di grazia,
padre guardiano. Mi dica la cosa per minuto: ella sa che noi altre monache
siamo vaghe d'intendere storie».
«Sono», rispose il padre, «pericoli dei quali la reverenda
madre, non conosce nemmeno il nome, beata lei! e parlarne più distintamente
sarebbe offendere le purissime vostre orecchie, e contristare l'illibatezza
dei vostri pensieri, signora illustrissima».
«Oh! certamente!» rispose precipitosamente la signora, senza
molto badare all'aggiustatezza della risposta; e si fece tutta di porpora.
Era verecondia? Chi avesse osservata una subitanea ma viva espressione di
scherno e di dispetto che accompagnò quel rossore avrebbe potuto dubitarne;
e tanto più se lo avesse paragonato con quello che di tratto in tratto
saliva sulle guance di Lucia.
La Signora si alzò in fretta, come per avvicinarsi più alle
donne, e stava per rivolgere il discorso a Lucia, quando il guardiano,
tenendo di non aver mal detto, ripigliò così il discorso: «Non tutti i
grandi del mondo, si servono dei doni di Dio a gloria di lui, e a vantaggio
del prossimo, come fa la Signora illustrissima. Un cavaliere prepotente e
senza timor di Dio, ha tentato ogni via, giacché deggio pur dirlo, per
insidiare la castità di questa creatura, e dopo d'aver veduto che i mezzi di
lusinga gli andavano falliti, non temè di ricorrere alla forza aperta,
tentando... insomma di farla rapire. Ma Dio non l'ha lasciata cadere in quei
sozzi artigli, e le ha invece preparato un ricovero sotto le ale
incontaminate...»
«Ma voi», disse la Signora rivolta repentinamente a Lucia,
«voi che dite di codesto signore? A voi tocca a dirci se egli era un
persecutore, e se aveva gli artigli sozzi».
«Signora, madre, illustrissima», balbettò Lucia che sarebbe
stata confusa a dover rispondere su questa materia, quando pure l'inchiesta
le fosse venuta da una persona sua pari e conosciuta. Ma Agnese venne in
soccorso: «Illustrissima signora», diss'ella, «il suo parlare è troppo alto
per questa povera figliuola. Ma io posso far testimonio che la mia Lucia
aveva in orrore colui, come il diavolo l'acqua santa; voglio dire, il
diavolo era egli; ma ella mi compatirà se parlo male, perché noi siam gente
come Dio vuole; del resto, questa povera ragazza aveva un giovane che le
parlava, un nostro pari, timorato di Dio, e bene avviato, e se il Signor
curato avesse avuto un po' più di giudizio; so che parlo d'un religioso, ma
il padre Cristoforo amico intrinseco qui del padre guardiano, è religioso al
pari di lui, e davantaggio, e potrà attestare...»
«Voi siete ben pronta a parlare senz'essere interrogata»,
disse la Signora, dando sulla voce ad Agnese. «Non so che fare dei parenti
che rispondono pei loro figliuoli». Agnese voleva aprir bocca, ma la signora
con tuono ancor più brusco riprese: «Zitto, zitto; le vostre parole non
servono a nulla». Così dicendo il suo aspetto prendeva sempre più un non so
che di sinistro, di feroce che quasi faceva scomparire ogni bellezza, o
almeno la alterava di modo che chi avesse osservato quel volto in quel punto
ne avrebbe conservata una immagine disgustosa per sempre. I suoi guardi
erano fissi sopra Agnese, torvi e sospettosi, come se cercassero a
raffigurare un nemico. E continuò: «Voi fate conto forse, che perché io son
qui rinchiusa, fuori del mondo, senza esperienza, mi si possa dare ad
intender qualunque cosa. Povera donna! appunto perché son qui, sono men
facile ad essere ingannata su certe materie. Certo, lo sposo che i parenti
destinano ad una figlia è sempre un uomo compito, e il monastero dove la
vogliono rinchiudere è così allegro! in così bella situazione! così
tranquillo! è un paradiso! Poveretti! portano invidia alla loro figlia;
vorrebbero anch'essi ritirarsi in quel porto di pace, ah! a far vita beata:
ma... pur troppo sono legati nel mondo. Scusi il mio caldo, padre, ma ella
sa meglio di me, almeno ella deve saper troppo bene come vanno queste cose,
la menzogna la più imperterrita, la più persistente, la più solenne è quella
che sta sul labbro di colui che vuole sagrificare i suoi figli, e far loro
violenza. Questi sono i peccati, contra i quali si dovrebbe predicare: a
costoro bisognerebbe minacciare l'inferno».
A queste parole, la Signora, si pose a sedere tutta turbata,
ed ognuno si sarebbe avveduto che un pensiero che i discorsi di Agnese
avevan fatto nascere, dominava allora la sua mente, e che gli affari di
Lucia non erano che un oggetto di considerazione secondaria.
Agnese intanto rimproverava alla figlia che il suo non saper
parlare le avesse tirata addosso questa tempesta, il guardiano voleva pure
animar Lucia a parlare, ma questa animata già dalla circostanza, si avvicinò
alla grata, e in tuono modesto, ma sicuro disse: «reverenda signora, quanto
le ha detto la mia buona madre è la pura verità. Il giovane che mi parlava»,
e qui arrossò, «lo sposava io... di mio genio, mi perdoni se parlo da
sfacciata, ma è per difendere mia madre: e quanto a quel signore...»
«Buona fanciulla», interruppe la Signora con voce raddolcita,
«credo un po' più a voi, ma non vi credo ancora del tutto. Vi ha due
linguaggi che si somigliano; quello che parte dal fondo del cuore, e quello
d'una figlia oppressa che dice il falso per terrore, e protesta di amare ciò
ch'ella abborre più al mondo. Voglio sentirvi da sola a sola. Padre
guardiano, se ella conoscesse per testimonianza degli occhi suoi i casi di
questa giovane, certo ch'io non istarei ora in dubbio: ma ella non li
conosce che per relazione: e per me, piuttosto che servire alla violenza
fatta ad una povera giovane...»
«Il Padre Cristoforo», disse il guardiano, «che mi ha posto
nelle mani questo affare, è uomo tanto oculato, quanto lontano dal favorire
una violenza, ed alla sua asserzione io credo quanto ai miei occhi. Stimo
però cosa molto savia, che la Signora illustrissima, esamini col suo senno
consumato questa faccenda, e spero che l'esame mostrandole la verità
dell'esposto, la determinerà ad accordare il suo appoggio a questa famiglia
perseguitata».
«Lo spero», rispose la Signora con una placidezza garbata, e
come desiderosa di far dimenticare il trasporto passato: «lo spero: e quel
poco ch'io potrò fare, prego il padre guardiano di attribuirlo in gran parte
alla sua intromissione. Per ora ecco quello che mi sovviene di poter fare.
La fattora del monistero, ha collocata da pochi giorni l'ultima sua
figliuola. Questa giovane potrà occupare la stanza abbandonata da quella, e
supplire ai pochi servigj ch'ella faceva. Ne parlerò colla madre Badessa, ma
da quest'ora, le dò la cosa per fatta, sempre che Lucia ne sia contenta». Il
guardiano proruppe in ringraziamenti, che la Signora troncò gentilmente, ma
lasciando però capire che ella faceva assegnamento sulla riconoscenza dei
cappuccini. Chiamò quindi una delle monache che le facevano da damigelle, e
datele le opportune istruzioni, disse ad Agnese che andasse alla porta del
chiostro, per intendersi con la monaca e con la fattora, e per andar quindi
a disporre l'alloggio che sarebbe destinato a lei ed a Lucia. Il Padre si
congedò, promettendo di ritornare ad informarsi della decisione: le tre
donne furono tosto a consulta; e Lucia rimase sola con la Signora a subire
l'esame.
CAPITOLO II
LA SIGNORA, TUTTAVIA
Le parole della Signora nel colloquio che abbiamo trascritto
non annunziavano certamente un animo ordinato e tranquillo; eppure ella
s'era studiata in tutto quel colloquio per comparire una monaca come le
altre. Ma quando ella si trovò sola con Lucia, ella si studiava tanto meno
quanto meno temeva le osservazioni di una giovane forese di quelle d'un
vecchio cappuccino. Quindi i suoi discorsi divennero sì stranj, per una
monaca singolarmente, che prima di riferirli è necessario raccontare la
storia di questa Signora, e rivelare le passioni e i fatti che rendevano
tale il suo linguaggio.
Questi fatti sono tristi e straordinarj, e per quanto a quei
tempi di funesta memoria fossero comuni molte cose che sarebbero portentose
ai nostri, l'autorità di un anonimo non avrebbe bastato a farci prestar fede
a quello che siam per narrare: frugando quindi per vedere se altrove si
trovasse qualche traccia di questa storia, ci siamo abbattuti in una
testimonianza la quale non ci lascia alcun dubbio. Giuseppe Ripamonti,
Canonico della Scala, Cronista di Milano etc., scrittore di quel tempo, che
per le sue circostanze doveva essere informatissimo, e negli scritti del
quale si scorge una attenzione di osservatore non comune, e un candore quale
non si può simulare, il Ripamonti racconta di questa infelice cose più forti
di quelle che sieno nella nostra storia; e noi ci serviremo anzi delle
notizie ch'egli ci ha lasciate per render più compiuta la storia particolare
della Signora. Queste cose però, quantunque rese più che probabili da una
tale testimonianza, e quantunque essenziali al filo del nostro racconto, noi
le avremmo taciute, avremmo anche soppresso tutto il racconto, se non
avessimo potuto anche raccontare in progresso un tale mutamento d'animo
nella Signora, che non solo tempera e raddolcisce l'impressione sinistra che
deggiono fare i primi fatti della Signora, ma deve creare una impressione
d'opposto genere, e consolante. Avremmo, dico, lasciato di pubblicare tutta
questa storia, e ciò per non offendere coloro ai quali il rimettere nella
memoria degli uomini certe colpe già pubbliche, ma dimenticate, quando non
sieno terminate con un grande esempio, o con un gran pentimento, sembra uno
scandalo inutile, comunque uno le esponga. Senza esaminare il valore di
questo modo di sentire, noi lo avremmo rispettato, quando ciò non costava
altro che di sopprimere un libro.
Che se poi altri volesse censurare queste scuse come inutili,
e ci accusasse di cader sempre in digressioni che rompono il filo della
matassa, e fermano l'arcolajo ad ogni tratto, egli obbligherebbe chi scrive
a fare un'altra digressione, e a rispondergli così: - Il manoscritto unico,
in cui è registrata questa bella storia degli sposi promessi, è in mia mano:
se la volete sapere, bisogna lasciarmela contare a modo mio: se poi non vi
curaste più che tanto di sentirla, se il modo con cui è raccontata vi
annojasse, giacché dagli uomini si può aspettar tutto; in questo caso,
chiudete il libro, e Dio vi benedica.
Il Padre della infelice di cui siamo per narrare i casi, era
per sua sventura, e di altri molti, un ricco signore, avaro, superbo e
ignorante. Avaro, egli non avrebbe mai potuto persuadersi che una figlia
dovesse costargli una parte delle sue ricchezze: questo gli sarebbe sembrato
un tratto di nemico giurato, e non di figlia sommessa ed amorosa; superbo,
non avrebbe creduto che nemmeno il risparmio fosse una ragione bastante per
collocare una figlia in luogo men degno della nobiltà della famiglia:
ignorante, egli credeva che tutto ciò che potesse mettere in salvo nello
stesso tempo i danari e la convenienza fosse lecito, anzi doveroso; giacché
riguardava come il primo dovere del suo stato il conservarne l'opulenza, e
lo splendore: erano questi nelle sue idee, i talenti che gli erano stati
dati da trafficare, e dei quali gli sarebbe un giorno domandato ragione. Una
figlia nata in tali circostanze, e destinata a dover salvare una tal capra e
tali cavoli, era ben felice se si sentiva naturalmente inclinata a chiudersi
in un chiostro, perché il chiostro non lo poteva fuggire. Tale fu il destino
della Signora dal primo momento della sua vita; e quando una donzella della
signora Marchesa venne con l'aria confusa di chi confessa un fallo, a dire
al signor Marchese: «è una femmina»; il signor marchese rispose mentalmente:
- è una monaca -. Si pose quindi a frugare il Leggendario per cercarvi alla
sua figlia un nome che fosse stato portato da una santa la quale avesse
sortito natali nobilissimi e fosse stata monaca; e un nome nello stesso
tempo che senza esser volgare richiamasse al solo esser proferito l'idea di
chiostro; e quello di Geltrude gli parve fatto apposta per la sua neonata.
Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le furono posti fra le
mani; e il padre, facendola saltare talvolta sulle ginocchia la chiamava per
vezzo: madre badessa. A misura ch'ella si avanzava nella puerizia, le sue
forme si svolgevano in modo che prometteva una avvenenza non comune agli
anni della giovanezza, e nello stesso tempo ne' suoi modi e nelle sue parole
si manifestava molta vivacità, una grande avversione all'obbedienza, e una
grande inclinazione al comando, un vivo trasporto pei piaceri e pel fasto.
Di tutte queste disposizioni il padre favoriva quelle soltanto che venivano
dall'orgoglio, perché come abbiam detto lo considerava come una virtù della
sua condizione; egli era superbo della sua figlia come era superbo di tutto
ciò che gli apparteneva, e lodava in essa gli alti spiriti, la dignità, il
sussiego, qualità tutte che manifestavano un'anima nata a governare
qualunque monastero. Della bellezza né egli, né la madre, né un fratello
destinato a mantenere il decoro della famiglia, non parlavano mai; e la
Signora ne fu informata dalle donzelle, alle quali prestò fede
immediatamente. Benché la condizione alla quale il padre l'aveva destinata
fosse conosciuta da tutta la famiglia, e da tutti approvata, nessuno le
disse però mai: - tu devi esser monaca -. Era questa come una idea innata; e
quando veniva il caso di parlare dei destini futuri della fanciulla, questa
idea si dava per sottintesa. Accadde per esempio che alcuno della casa
correggendola di qualche aria d'impero troppo oltracotante, gli diceva: «tu
sei una ragazzina, questi modi non ti convengono; quando sarai la madre
badessa, allora comanderai, farai alto e basso». Talvolta il padre le
diceva: «tu non sarai una monaca come le altre: perché il sangue si porta da
per tutto dove si va»; e simili discorsi nei quali la Signora apprendeva
implicitamente ch'ella aveva ad esser monaca.
Confusa con questa idea, entrava però a poco a poco nella sua
mente un'altra, che per esser monaca era mestieri del suo assenso
volontario; e che questa cosa tanto certa non era però fatta, e che il farla
o non farla sarebbe dipenduto da una sua determinazione: ma queste due idee
un po' ripugnanti si acconciavano nella sua mente come potevano: perché se
un uomo non dovesse star tranquillo che dopo d'aver messe d'accordo tutte le
sue idee, non vi sarebbe più tranquillità. A sei anni fu posta in un
monistero e per educazione, e per istradamento alla carriera che le era
prefissa. Quale coltura d'ingegno potesse riceversi a quei tempi in un
monastero, è facile argomentarlo dalla coltura universale, e questa si può
argomentare dai libri che ci rimangono di quell'epoca. Ora basti il dire che
nella prima metà del secolo decimosettimo non uscì ch'io sappia in Milano un
libro, non dico insigne di pensiero, ma scritto grammaticalmente: dimodoché
dalla ignoranza universale si può francamente supporre che alle giovani di
quel tempo non si sarà comunicato nemmeno ciò che v'è di più chiaro, di più
certo, di meglio digerito nelle cognizioni umane, la storia romana. Ma
quello che più importa di dire nel caso nostro si è che quella parte di
educazione che i fanciulli riuniti in comunità si danno sempre fra di loro,
operò nella Signora un effetto contrario direttamente alla intenzione ed ai
disegni dei suoi. Fra le giovanette educande colle quali ella fu posta a
vivere, erano alcune destinate a splendidi matrimonj, perché così voleva
l'interesse delle famiglie loro. Geltrudina nutrita nelle idee della sua
superiorità, parlava magnificamente dei suoi destini futuri di badessa, e a
quello splendido che la fantasia dei fanciulli vede sempre nella condizione
di quelli che comandano loro, la sua fantasia aggiungeva qualche cosa
indeterminata di più, perché le era stato detto tante volte: - tu non sarai
una monaca come le altre -. Ma ella s'accorse con maraviglia, e non senza
confusione, che alcune delle sue compagne non sentivano punto d'invidia di
questo suo avvenire; e alle immagini circoscritte e scarse che può
somministrare anche ad una fantasia adolescente il primato in un monastero,
opponevano le immagini varie e luccicanti di sposo, di palagi, di conviti,
di villeggiature, di veglie, di tornei, di abiti, di carrozze, di livree, di
braccieri, di paggi.
Queste immagini produssero nel cervello di Geltrudina quel
movimento, quel ronzio, quel bollore che produrrebbe un gran paniere di
fiori, appena colti, collocato davanti ad un'arnia. Sulle prime ella volle
competere con le compagne, e sostenere la superiorità della condizione, che
le era destinata; ma quanto più ella cercava di magnificare le sue dignità
future, tanto più le esponeva ad un terribile genere di offesa, il ridicolo;
sentimento che quelle spavalducce applicavano più naturalmente e più
saporitamente alle dignità che vantava Geltrude, appunto perché le vedevano
esercitate dalle loro superiore; sorta di persone per le quali la puerizia
prova così facilmente l'ammirazione, come lo scherno. E quel che è peggio,
Geltrudina non poteva rivolgere le stesse armi contro le avversarie, perché
le ricchezze e la voluttà non sono di quelle cose delle quali si ride in
questo mondo: si ride bensì di chi le desidera senza poterle ottenere, e di
chi ne usa sgraziatamente; e questo ridere mostra l'alta estimazione in cui
sono tenute le cose stesse: quei pochi che non le stimano, non esprimono il
loro giudizio con la derisione.
Geltrudina quindi per non restare al disotto non aveva altro
a rispondere, se non che, ella pure avrebbe potuto pigliarsi uno sposo,
abitare un palagio, essere strascinata, servita, corteggiata, che lo avrebbe
potuto, se lo avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo voleva; e lo voleva
infatti. Quell'idea che le stava rannicchiata in un angolo della mente, che
il suo assenso era necessario perch'ella fosse monaca, e che questo assenso
dipendeva da lei, si svolse allora, e divenne perspicua e predominante. Con
questo pensiero ella si teneva bastantemente sicura, ma non senza covare un
sentimento d'invidia e di rancore contra quelle sue compagne le quali erano
ben altrimenti sicure, e ch'ella avrebbe amate se la loro condizione non le
fosse stata ad ogni momento un confronto doloroso. Perché questa sventurata
non aveva un animo ostile, non si dilettava naturalmente nell'odio; ma le
sue passioni erano tanto violente e tanto delicate, ella le idolatrava
tanto, che tutto ciò che poteva essere ad esse di ostacolo, offenderle,
contristarle, diveniva per lei oggetto di avversione, e sarebbe stato
vittima del suo furore quand'ella avesse potuto impunemente sfogarlo. In
questo stato di guerra mentale giunse Geltrudina a quella età così critica,
che separa l'adolescenza dalla giovinezza; a quella età, in cui una potenza
misteriosa entra nell'animo, solleva, ingrandisce, adorna, rinvigorisce,
raddoppia di forza tutte le inclinazioni e tutte le idee che vi trova.
Assoluta innocenza di pensiero; massime e pratiche di Religione ragionata;
occupazioni utili e interessanti, esercizj frequenti e dilettevoli del
corpo, confidenza rispettosa e libera nei parenti o negli educatori, sono i
mezzi sicuri per trascorrere impunemente quella età perigliosa, e per
formare una mente tranquilla, saggia, e forte contra i pericoli della
giovinezza e di tutta la vita. Ma le circostanze della povera Geltrude erano
ben diverse: tutto tendeva per essa a realizzare ogni pericolo di quella età
e a renderla turbolenta, e funesta per l'avvenire. Pochissimi lavori, e lo
studio del canto sopra parole d'una lingua sconosciuta, non erano esercizj
che potessero impadronirsi della mente di Geltrude, e trattenerla dal vagare
in un mondo ideale. Gli esercizj corporali consistevano in un giro
quotidiano dell'orto claustrale. La confidenza e la comunicazione delle idee
era quale può trovarsi con persone le quali non pensano a conoscere un animo
per dirigerlo nella sua scelta, ma a fissarlo in una scelta già destinata.
E, quanto alla Religione, ciò che è in essa di più
essenziale, di più intimo, ciò che fa resistere alle passioni, e vincerle
con una dolcezza superiore d'assai a quella che le passioni soddisfatte
possono arrecare, ciò che preserva dalla corruttela, e mette in avvertenza
anche contra i pericoli non conosciuti, non era stato mai istillato né meno
insegnato alla picciola Geltrude; anzi il suo intelletto era stato nodrito
di pensieri opposti affatto alla Religione. Non vogliamo qui parlare di
alcuni pregiudizj, che a quei tempi principalmente si ritenevano per verità
sacrosante, e s'insegnavano insieme con le verità, pregiudizj non del tutto
estirpati, e Dio sa quando lo saranno, pregiudizj dannosi principalmente
perché nella mente di molti associano all'idea della Religione quella della
credulità e della sciocchezza, e dei quali perciò ogni onesto deve
desiderare e promovere la distruzione; ma pregiudizj che in gran parte non
tolgono l'essenziale, e si possono combinare con un sentimento di pietà
profonda e sincera, e con una vita non solo innocente, ma operosa nel bene,
e sagrificata all'utile altrui, del che tanti esempj hanno lasciati i tempi
trascorsi, e ne offrono fors'anche i presenti.
Ma, come abbiamo veduto, i parenti di Geltrude l'avevano
educata all'orgoglio, a quel sentimento cioè che chiude i primi aditi del
cuore ad ogni sentimento cristiano, e gli apre a tutte le passioni. Il padre
principalmente, che aveva destinata questa poveretta al chiostro prima di
sapere s'ella sarebbe stata inclinata a chiudervisi, s'aveva talvolta pur
fatta tra sè e sè questa obbiezione, che forse Geltrude non vi sarebbe stata
inclinata: caso difficile, ma non impossibile; e contra il quale era d'uopo
premunirsi. Supponendo adunque che Geltrude allettata dalla vita del secolo
avesse voluto rimanervi, bisognava trovar qualche cosa che la allettasse ad
abbandonarlo, per non usare della semplice forza, mezzo di esito incerto,
sempre odioso, e che poteva lasciar qualche dispiacere nell'animo del padre,
il quale alla fine non desiderava che la sua figlia fosse infelice, ma
semplicemente ch'ella fosse monaca. Il Marchese Matteo non era uomo di
teorie metafisiche, di disegni aerei: non aveva perduto il suo tempo sui
libri, ma conosceva il mondo, era un uomo di pratica, quel che si chiama un
uomo di buon senso; teneva che bisogna prendere gli uomini come sono, e non
pretendere da essi gli effetti di una perfezione ideale; e che senza
l'interesse l'uomo non si determina a nulla in questo mondo. Così per
prevenire all'interesse che il secolo poteva offrire a Geltrude, egli si era
studiato di far nascere nel suo cuore quello della potenza e del dominio
claustrale. Egli aveva pensato ed operato colla dirittura e colla sapienza
squisita d'un uomo il quale desse il fuoco alla casa di un nimico posta a
canto alla sua, con la intenzione che quella sola dovesse andare in fumo ed
in faville. Ma il fuoco appiccato ch'ei sia non si lascia guidare dalle
intenzioni dell'incendiario, va dove il vento lo spinge, e si trattiene a
divorare dove trova materia combustibile; e le passioni svegliate una volta
non ricevono più la legge di chi le ha ispirate, ma si volgono agli oggetti
che la mente apprende come più desiderabili. L'orgoglio di giovane
vagheggiata, adorata, supplicata con umili sospiri, di sposa ricca e
fastosa, di padrona che comanda a damigelle ed a paggi ben vestiti, era ben
più dolce che l'orgoglio di madre badessa, e in quello tutta s'immerse la
fantasia orgogliosa di Geltrudina. Cominciò dunque a far castelli in aria, a
figurarsi un giovane ai piedi, a levarsi spaventata, e fuggire dicendo: -
come ha ella ardito di venir qui? - e non ricordava più che il giovane senza
una sua chiamata non sarebbe certo venuto a disturbarla. Ma quella fuga e
quell'asprezza non erano a fine di scacciarlo daddovero: il giovane non
perdeva coraggio; nascevano nuovi casi, e tutto finiva col matrimonio, come
la più parte delle commedie. Richiamava alla memoria quel poco che aveva
veduto dei passeggi della città, e vi girava in carrozza, innanzi indietro;
ripensava la casa domestica, le anticamere, le livree, il comando, e
rifaceva tutto per suo uso, ma in un modo più splendido. Questi pensieri
l'assediavano nel dormitorio, nel refettorio, nell'orto, nel coro; ella
confrontava col brillante di essi, lo squallido che aveva sott'occhio, e si
confermava sempre più nel proposito di non dire quel «sì» che si aspettava
da lei.
Le monache si accorsero di questa sua risoluzione ch'ella non
cercava nemmeno di nascondere affatto; poiché malgrado la fermezza di questa
risoluzione, Geltrudina rifuggiva con tremito dall'idea di manifestarla al
padre di sua bocca; e desiderava ch'egli ne fosse prevenuto d'altra parte:
poiché in quel caso non le restava che di sopportare la collera e le minacce
del padre; operazione passiva che le pareva molto più facile, che di
pronunziare quelle parole: «non voglio». La poverina faceva come colui che
avendo da dire qualche cosa di spiacevole a qualcheduno, piglia la penna, e
gli manda le sue idee in un bel foglio di carta. Ma se la determinazione
traspariva, i motivi erano celati alle monache; Geltrude li nascondeva sotto
quell'aspetto di indifferenza che la faccia dei giovanetti presenta quasi
sempre all'occhio di chi comanda loro; essa li nascondeva con quella
dissimulazione profonda che è data a quella età, e che forse non ritorna più
in nessuna altra epoca della vita, e che appena appena potrà aver
riconquistata un diplomatico di ottant'anni, se, come si dice, gli uomini di
questa professione sono i più esercitati a nascondere i loro pensieri. Con
le compagne Geltrude era manco coperta, e se esse avessero voluto o saputo
osservare, dalle materie più frequenti del suo discorso, dall'entusiasmo al
quale si abbandonava talvolta, dalla sua picciola stizza se non altro nella
quale l'invidia era trasparente, avrebbero potuto conoscere qualche cosa
dell'animo suo: qualche cosa, perché nei sogni caldi ed arditi della pubertà
v'è una parte di stranio, di fantastico, di individuale che non si confida,
né s'indovina, a quel che dice il manoscritto.
Venne finalmente il momento di levare Geltrude dal monastero,
e di ritenerla per qualche tempo nella casa e nel mondo. Il passo era
spiacevole assai pel Marchese Matteo, ma inevitabile, perché una ragazza
allevata in un monastero non poteva far la domanda di esservi ammessa ai
voti se non dopo esserne stata fuori per qualche tempo. Era questa una
formalità destinata ad assicurare alle figlie la libera scelta dello stato;
giacché ognun vede che sarebbe stato troppo facile di fare abbracciare il
monastico ad una giovane, che rinchiusa nel chiostro dall'infanzia non
avesse mai avuta idea di altro modo di vivere.
Nessuno ignora che le formalità sono state inventate dagli
uomini per accertare la validità di un atto qualunque; assegnando
anticipatamente i caratteri che quell'atto deve avere per essere un atto
daddovero. Invenzione che mostra affè molto ingegno: invenzione utile, anzi
necessaria, perché la più parte delle quistioni che si fanno a questo mondo
sono appunto per decidere se una cosa sia fatta o non fatta. Ma tutte le
invenzioni dell'ingegno umano partecipando della sua debolezza non sono
senza qualche inconveniente: e le formalità ne hanno due. Accade talvolta
che dove gli uomini hanno deciso che una cosa non può esser realmente fatta
che nei tali e tali modi, la cosa si fa realmente in modi tutti diversi e
che non erano stati preveduti. In questo caso, la cosa non vale, anzi non è
fatta. E non andate a farvi compatire da un sapiente col volergli dimostrare
che la è fatta; egli lo sa quanto voi; ma sa qualche cosa di più, vede nella
cosa stessa una distinzione profonda; vede, e vi insegna che la cosa
materialmente è fatta, legalmente non è.
Dall'altra parte accade pure, che dopo essere stato dagli
uomini predetto, deciso, statuito che, dove si trovino i tali e tali
caratteri esiste certamente il tal fatto, si sono trovati altri uomini più
accorti dei primi (cosa che pare impossibile eppure è vera) i quali hanno
saputo far nascere tutti quei caratteri senza fare la cosa stessa. In questo
secondo caso bisogna riguardare la cosa come fatta; e darebbe segno di mente
ben leggiera e non avvezza a riflettere, o di semplicità rustica affatto
colui che, ostinandosi ad esaminare il merito, volesse dimostrare che la
cosa non è. Guaj se si desse retta a queste chiacchere, non si finirebbe mai
nulla, e si andrebbe a pericolo di turbare il bell'ordine che si ammira in
questo mondo. Ma questi caratteri, se non infallibili, sono almeno stati
scelti dopo accurate osservazioni, senza passioni, né secondi fini, in tempi
nei quali gli uomini fossero abbastanza esercitati nel riflettere su quello
che vedevano per circostanziare i fatti che dovevano essere dopo di loro?
Ah! qui è la quistione; ma per trattarla con qualche fondamento converrebbe
fare la storia del genere umano; dal che ci asteniamo, e perché a dir vero,
non l'abbiamo tutta sulle dita, e perché siamo per ora impegnati a
raccontare quella di Geltrude, in quanto ella è necessaria a conoscere la
storia ancor più vasta degli sposi promessi.
Per accertare adunque la libera e reale vocazione d'una
figlia al chiostro, era prescritto che ella ne stesse assente per qualche
tempo; ed era consuetudine che in questo tempo ella dovesse esser condotta a
vedere spettacoli, ad assaggiare divertimenti, per conoscere ben bene quello
a cui doveva rinunziare per farsi monaca. E prima di vestir l'abito, doveva
essere esaminata da un ecclesiastico, il quale con interrogazioni opportune
ricavasse se non le era fatta forza, e se ella non si faceva illusione, se
il suo proposito era insomma libero e ragionato. Queste formalità però
avevano certamente il secondo inconveniente di cui abbiamo parlato; tutto
poteva andare in regola, e la giovinetta infelice chiudersi contra sua
voglia. La cosa poteva accadere in molti modi: ch'ella sia talvolta accaduta
è un fatto troppo noto, e troppo vero: chi volesse ostinatamente negarlo,
abbia almeno la discrezione di non affermar mai di quelle verità che sono
contrastate, perché la sua affermazione diverrebbe un argomento di più
contro di esse.
Benché Geltrudina sapesse benissimo ch'ella andava ad un
combattimento, pure il giorno della uscita dal monastero, fu un giorno ben
lieto per lei. Oltrepassare quelle mura, trovarsi in carrozza, veder
l'aperta campagna, e quel ch'è più entrare nella città, furono sensazioni
più forti che non fosse il pensiero dei contrasti che aveva a sopportare.
Per uscirne vittoriosa aveva la poveretta composto un piano nella sua mente.
- O vorranno ottenere il loro intento colle buone, diceva ella tra sè, o mi
parleranno brusco. Nel primo caso io sarò più buona di essi, pregherò, li
moverò a compassione: finalmente non domando altro che di non essere
sagrificata. Nel secondo caso, io starò ferma; il «sì» lo debbo dire io, e
non lo dirò.
- Ma, come accade talvolta anche ai comandanti di eserciti,
non avvenne né l'una né l'altra cosa ch'ella aveva pensata. I parenti
avvertiti dalle monache delle disposizioni di Geltrude, furono serj, tristi,
burberi; e non le fecero per qualche tempo nessuna proposizione né con
vezzi, né con minacce. Solo dal contegno di tutti traspariva che tutti la
riguardavano come rea, e da qualche parola sfuggita qua e là s'intravedeva
che la riguardavano come rea, non già di ricusarsi al chiostro, delitto che
non poteva nemmeno venire in capo ad alcuno della famiglia, ma di non
avviarvisi con buona grazia. Così ella non trovava mai un varco per venire
alla dichiarazione che era pure indispensabile; e i modi secchi, laconici,
altieri che si usavano con lei non le davano nemmeno il campo di potere
avviare un discorso fiduciale ed amichevole il quale di passo in passo la
conducesse a toccare il punto sul quale ella ardeva di spiegarsi, o almeno
di farsi intendere. Che s'ella sofferendo pazientemente qualche sgarbo, si
ostinava pure a volere famigliarizzarsi con alcuno della famiglia, se senza
lamentarsi implorava velatamente un po' di amore, se si abbandonava ad
espressioni confidenziali, e affettuose, ella si udiva tosto gittar qualche
motto più diretto e più chiaro intorno alla elezione dello stato: le si
faceva sentire che l'amore della famiglia non era cessato per lei, ma
sospeso, e che da lei dipendeva l'esser trattata come una figlia di
predilezione. Allora ella era costretta a ritirarsi, a schermirsi da quelle
tenerezze che aveva tanto ricercate, e si rimaneva con l'apparenza del
torto. Si accorava e si andava sempre più perdendo d'animo: il suo piano era
scompaginato, e non sapeva a qual altro appigliarsi, pure aspettava. Ma il
non veder mai un volto amico, ma le immagini tristi, e direi quasi terribili
delle quali era circondata la rendevano sempre più inclinata a ritirarsi in
quel cantuccio ameno e splendido che ognuno, e i giovani particolarmente, si
formano nella fantasia, per fuggire dalla considerazione di oggetti che
attristano. Ritornava ella dunque più che mai a quei suoi sogni del
monastero, e si creava fantasmi giocondi coi quali conversare. Ma i fantasmi
non acquistavano forma reale; ella era tenuta ritirata quanto nel monastero
perché il tempo dei divertimenti doveva venir dopo quella domanda ch'ella
non aveva fatta e che era risoluta di non fare. Rinchiusa per una gran parte
del giorno con le donzelle, allontanata dalla sala ogni volta che una visita
vi si presentasse, non mai condotta in altre case, come avrebb'ella mai
potuto vedersi ai piedi quel tal giovane del monastero, che, senza contare
tutte le altre difficoltà, non era a questo mondo? Era questo il suo
maggiore, anzi l'unico suo difetto, giacché del resto, bellezza, grazia,
ricchezza, nobiltà, eloquenza, sincerità, costanza, e sopra tutto
appassionatezza, nulla gli mancava. V'era rischio per altro che s'egli
tardava troppo ad esistere l'immaginazione di Geltrude, stanca di aggirarsi
nel vuoto gli trasferisse la bontà che aveva per lui, al primo ente reale
che non fosse troppo diverso da questo immaginato da rendere impossibile lo
scambio.
L'occasione si presentò in fatti, e fu fatale a Geltrude. Noi
ommettiamo i particolari di questo sciaurato affare, diremo soltanto che la
prima lettera di risposta ch'ella aveva scritta ad un paggio della Marchesa,
cadde in mano di questa, fu tosto consegnata al Marchese Matteo, e che il
trambusto in casa fu, come era da aspettarsi, strepitoso.
Il paggio fu sfrattato immediatamente, com'era giusto; ma il
Marchese Matteo che aveva idee molto larghe sul giusto in ciò che toccava il
decoro della sua famiglia, intimando di sua bocca la partenza al
ragazzaccio, per non aumentare il numero dei confidenti, gl'intimò nello
stesso tempo che se egli si fosse in alcun tempo lasciato sfuggire una
paroluzza sulla debolezza di donna Geltrude, la sua vita avrebbe scontato
questo secondo delitto, e che non vi sarebbe stato asilo per lui. Queste
minacce erano a quei tempi molto frequenti, e facevano pure colpo assai,
perché ognuno era avvezzo a vederne molte ridotte ad effetto. Ciò non di
meno per esser più certo della segretezza del paggio il Marchese Matteo nel
forte del rabbuffo gli appoggiò due solennissimi schiaffi, pensando a
ragione che il paggio sarebbe stato meno tentato di raccontare un'avventura,
la quale per una parte poteva lusingare la sua vanità, quando ella avesse
finito con un incidente doloroso e umiliante. Alla donna di casa che aveva
intercettato il corpo del delitto furono date molte lodi, e nello stesso
tempo una prescrizione di segretezza, non accompagnata da minacce, ma in
termini che le fecero comprendere che questa segretezza era del massimo
interesse anche per lei.
Ma il temporale più scuro, più lungo, più terribile venne a
scendere sul capo di Geltrude. Il Marchese Matteo dopo d'averla caricata di
strapazzi, ch'ella intese con tanto più di tremore, quanto si sentiva
veramente colpevole, le annunziò una prigione indeterminata nella sua
stanza, e per sopra più le parlò d'un castigo proporzionato alla colpa,
senza specificarlo, e così la lasciò in guardia alla stessa donna che aveva
scoperti gli altari.
Geltrude aspreggiata, rinchiusa, minacciata, in una
situazione che sarebbe stata dolorosa anche alla coscienza più illibata, si
trovava anche la memoria del fallo, che basta a rattristare la situazione la
più gioconda, e l'animo suo fu prostrato. Non sapeva prevedere come né
quando, la cosa sarebbe finita, si aspettava ad ogni momento il castigo
incognito e per ciò più terribile; l'essere come sbandita dalla famiglia le
era un peso insopportabile, e nello stesso tempo l'idea di rivedere il
padre, o di vedere la madre, il fratello la prima volta dopo il suo fallo la
faceva trasalire di spavento. In questa agitazione continua si svolse, e si
accrebbe nell'animo suo un sentimento nativo in tutti, ma più forte in lei
per indole e reso ancor più forte dalla educazione, il timore della
vergogna: sentimento non solo onesto, ma bello, ma essenziale; sentimento
però che come tutti gli altri può diventare passione violenta e perniciosa
quando non sia diretto dalla ragione, ma nutrito di orgoglio. La sola idea
del pericolo che la sua debolezza, la sua debolezza per un paggio, per una
persona meccanica, fosse risaputa da alcuna delle sue antiche superiore, da
una sua compagna, da un congiunto della casa, questa idea le era più
terribile, più odiosa, della prigione, dell'ira dei parenti, del fallo
stesso.
Ella sentiva che con la minaccia di svergognarla così, si
sarebbe potuto ottener da lei quello che si fosse voluto. E sentiva nello
stesso tempo quanto fosse peggiorata la sua condizione per la scelta dello
stato: giacché il primo requisito per poter resistere alle lusinghe e alle
violenze era, avrebbe dovuto essere di non aver nulla da rimproverarsi.
La compagnia della sua guardiana non le era certo di alcun
sollievo nella sua ritiratezza angosciosa. Ella vedeva in quella donna il
testimonio della sua colpa, e la cagione della sua disgrazia, e la odiava. E
la donna non amava la fumosetta, per cui era costretta a far vita da
carceriera poco dissimile da quella di carcerata, e che l'aveva resa
depositaria d'un segreto pericoloso. La conversazione era quindi fra di esse
quale può risultare dall'odio reciproco. Non restava a Geltrude la trista e
funesta consolazione dei sogni splendidi della fantasia: perché questi sogni
erano tanto in opposizione col suo stato reale, e con l'avvenire il più
probabile, e quelle immagini erano tanto legate con la sua sciagura, che la
mente li rispingeva con incredula avversione, e ricadeva come un peso
abbandonato, nella considerazione delle circostanze reali.
Cominciò quindi a dolersi davvero di ciò che aveva fatto, a
paragonare la vita che menava prima del suo fallo con quella che strascinava
in allora, e a trovare la prima soave, a rammaricarsi di non averla saputa
conoscere. L'immagine di colui al quale il suo cuore sgraziato e leggiero si
era abbandonato un momento gli compariva accompagnata di tanti dispiaceri
che aveva perduta ogni forza sulla sua fantasia. Tanto è vero che all'amore
per signoreggiare un animo, bisogna un poco di buon tempo, e che le faccende
gravi, e le grandi sciagure gli spennacchiano le ali, e gli spezzano i
dardi, se ci si permette una frase, invero troppo poetica, ma che spiega
tanto bene ciò che accade realmente nell'animo. Scacciato dal cuore questo
nimico, il quale a dir vero non vi aveva preso gran piede, raffreddata
alquanto l'ira dalla tristezza e dal timore di peggio, e dal pensare che al
fine il castigo era meritato, il pentimento di Geltrude cominciò ad essere
più dolce, divenne un sollievo. Pensò ella al perdono che si ottiene con
quello, e si rallegrò, pensò che ciò ch'ella soffriva poteva essere una
espiazione, e tutto le parve più leggiero. Si diede quindi tutta ad una
divozione la quale in parte era un sentimento intimo e retto dell'animo, in
parte un fervore della fantasia. Le tornava allora alla mente il chiostro, e
una vita quieta, onorata, lontana dai pericoli, la dignità di monaca, e
quella benedetta pompa di badessa, e quella benedetta boria di essere la più
nobile del monastero, ultimo rifugio della sua superbiuzza, le parve un
zucchero in paragone dello stato di umiliazione, di prigionia, di disprezzo
nel quale si trovava. L'avversione nutrita per tanto tempo a quella
condizione le risorgeva pure con tutte le sue immagini, ma ella le pigliava
per tentazioni, e le combatteva. In questa incertezza, ella desiderava di
rivedere il padre, di rivederlo con una faccia diversa da quella di cui le
rimaneva una immagine terribile, e dolorosa, di avere il suo perdono, di
essere riammessa nella famiglia.
Dopo molto combattimento, prese la penna, e scrisse al padre
una lettera piena di entusiasmo e di abbattimento, di afflizione e di
speranza, nella quale chiedeva istantemente ch'egli la visitasse, e gli
lasciava intravedere ch'egli rimarrebbe contento di lei. Non già ch'ella
avesse presa una risoluzione, ma non poteva più reggere alla solitudine e
alla proscrizione, e sperava confusamente che in quel colloquio la
risoluzione si sarebbe fatta per lo meglio.
CAPITOLO III
V'ha dei momenti in cui l'animo massimamente dei giovani, è,
o crede di essere talmente disposto ad ogni più bella e più perfetta cosa
che la più picciola spinta basta a rivolgerlo a ciò che abbia una apparenza
di bene, di sagrificio, di perfezione; come un fiore appena sbocciato, che
s'abbandona sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze
all'aura più leggiera che gli asoli punto d'attorno.
L'animo vorrebbe perpetuare questi momenti, e diffidando
della sua costanza, corre con alacrità a formar disegni irrevocabili: felice
se la tarda riflessione non gli rivela col tempo, che ciò che gli era
sembrato una ferma e pura volontà non era altro che una illusione della
fantasia. Questi momenti che si dovrebbero ammirare dagli altri con un
timido rispetto, e coltivare dal prudente consiglio in modo che si
maturassero colla prova, e col tempo, nei quali tanto più si dovrebbe
tremare e vergognarsi di chiedere quanto più grande è la disposizione ad
accordare, questi momenti sono quelli appunto, che la speculazione fredda o
ardente dell'interesse, agguata e stima preziosi per legare una volontà che
non si guarda, e per venire ai vili suoi fini.
Il Marchese Matteo, il quale passato il primo caldo dell'ira,
era tosto corso a fantasticare nella sua mente se da quel disordine avesse
potuto cavar qualche profitto per vincere la risoluzione di Geltrude, e che
non era mai ristato dal ruminarvi sopra da poi, s'accorse al leggere di
quella lettera che la figlia gli dava essa stessa l'occasione desiderata, e
stabilì tosto di battere il ferro mentre ch'egli era caldo. Mandò quindi a
dire a Geltrude ch'ella dovesse venire nella sua stanza, ov'egli si trovava
solo. Geltrude v'andò di corsa, che innanzi o indietro è il passo della
paura, giunse senza alzar gli occhi dinanzi al Marchese, si gittò ai suoi
piedi, ed ebbe appena il fiato per dire: «perdono». Il Marchese con una voce
poco atta a rincorare le rispose, che il perdono non bastava desiderarlo,
che questo lo sa fare chiunque è colto in fallo e teme il castigo, che
bisognava insomma meritarlo. Geltrude in tanto più turbata ed atterrita in
quanto ella era venuta con la speranza di tosto ottenerlo, chiese che
dovesse fare per rendersene degna, e si disse pronta a tutto. Il Marchese
non rispose direttamente, ma cominciò a parlare lungamente del fallo di
Geltrude e del torto ch'ella s'era posta in pericolo di fare alla famiglia.
Questo discorso era al cuore di Geltrude come lo scorrere di una mano ruvida
sur una piaga. Aggiunse che, quando mai egli avesse avuto alcun pensiero di
collocare la sua figlia nel secolo, questo fatto sarebbe stato un ostacolo
invincibile, perché egli avrebbe creduto suo dovere di rivelare la debolezza
della sua figlia a chi l'avesse richiesta, non essendo tratto da cavalier
d'onore il vender gatta in sacco. Finalmente, raddolcendo alquanto il tuono
della voce, e le parole, disse a Geltrude che questi eran falli da piangersi
per tutta la vita, e che ella doveva vedere in questo tristo accidente un
avviso del cielo, che le dava ad intendere che la vita del secolo era troppo
piena di pericoli per lei, e che non v'era asilo, riposo, sicurezza...
«Ah! sì», interruppe incautamente Geltrude mossa ad un punto
dal timore, dal ravvedimento, e da una certa tenerezza, e sopra tutto dalla
corrività della sua fantasia. Il Marchese, - ci ripugna dargli in questo
momento il titolo di padre - la prese in parola, le annunziò il più ampio
perdono, si congratulò con lei del partito ch'ella aveva preso, della vita
riposata e felice ch'ella avrebbe menata, e la oppresse di quelle lodi che
fanno paura, perché lasciano indovinare a quali improperj esporrebbe il
cangiar di risoluzione. Geltrude si stava stordita fra i diversi affetti che
si succedevano nel suo cuore, non sapeva che dire, non sapeva che si avesse
detto: dubitava di essersi troppo avanzata, o d'essere stata strascinata più
innanzi che non avrebbe voluto; questo pensiero era però dubbio e confuso
nella sua mente; ma foss'egli stato limpido e spiegato perfettamente,
manifestarlo, accennarlo, dire una parola che contraddicesse all'entusiasmo
del Marchese, sarebbe stato uno sforzo quasi impossibile.
Il Marchese fece tosto chiamare la madre e il fratello di
Geltrude, per metterli, diceva egli, a parte della sua consolazione, per
riporre Geltrude nella stima e nell'affetto della famiglia. L'una e l'altro
accorsero immediatamente. La Marchesa era avvezza dai primi giorni a non
avere altra volontà che quella del marito, fuorché in due o tre capi pei
quali aveva combattuto, e ne era uscita vittoriosa. Questa condiscendenza
non veniva già da un sentimento del suo dovere né da stima pel Marchese, ma
dall'aver veduto chiaramente da principio che il resistergli sarebbe stato
un cozzar coi muricciuoli. S'era ella quindi renduta indifferente su tutto
ciò che riguardava il governo della famiglia, contenta di fare a modo suo
nei due o tre articoli che abbiamo accennati. Del resto i disegni del
Marchese sul collocamento di Geltrude erano così conformi a quello che si
chiamava interesse della famiglia, e alle mire avare e ambiziose in allora
tanto universali, che quel poco di opinione che la Marchesa aveva a sua
disposizione non poteva non approvarli. L'affezione materna però le faceva
desiderare che Geltrude si facesse monaca di buona voglia, come una buona
madre che abbia una figlia tanto scrignuta e contraffatta da non poter esser
chiesta da nessuno, desidera ch'ella preferisca il celibato al matrimonio.
Al giovane Marchesino era stato detto fino dall'infanzia che le entrate
della casa erano appena appena proporzionate alla nobiltà, e che detrarne
anche una picciola parte sarebbe stato un decadere se non nella sostanza
almeno nell'esterno; egli riguardava quindi assolutamente come un dovere in
Geltrude di chiudersi in un chiostro: modo il più economico di collocarsi:
quindi l'aderire ch'egli faceva ai progetti del padre era una docilità poco
costosa. Il Marchese fece cuore a Geltrude, e la presentò con volto lieto
alla madre e al fratello. «Ecco», disse, «la pecora smarrita, e sia questa
l'ultima parola che richiami tristi memorie. Ecco» aggiunse «la consolazione
della famiglia: Geltrude ha scelto ella medesima, spontaneamente quello che
noi desideravamo per suo bene; e non ha più bisogno di consigli.
È risoluta, ed ha promesso...» qui Geltrude alzò gli occhi
tra lo spavento e la preghiera al Padre, come per supplicarlo di sostare un
momento, ma egli ripetè francamente: «ha promesso di prendere il velo». Le
lodi e gli abbracciamenti furono senza fine, e Geltrude riceveva le une e
gli altri con lagrime che furono credute di consolazione. Il Marchese Matteo
si diffuse allora a magnificare le disposizioni che aveva già fatte di lunga
mano per rendere lieta e splendida la sorte della sua figlia. Parlò delle
distinzioni ch'essa avrebbe avute nel monastero, e del desiderio che le
madri avevano di possederla, e di osservarla come la prima, la principessa
donna del monastero, dal momento in cui vi avrebbe riposto il piede. La
madre e il fratello applaudivano: Geltrude era come posseduta da un sogno.
«Oh!» s'interruppe il Marchese; «noi stiamo qui facendo
chiacchere, e si dimentica il principale: bisogna fare una domanda in forma
al Vicario delle monache, altrimenti non si conclude nulla». Detto questo
fece chiamare tosto il Segretario. Questi giunse ritto ritto, intirizzato
quanto poteva comportare la fretta di obbedire al Signor Marchese; il quale
tosto gli diede ordine di stendere la supplica. Il Segretario, rivolto a
Geltrude disse: «ah! ah!» per pigliar tempo a studiare un complimento di
congratulazione: ma il Marchese lo interruppe dicendo: «Presto, presto,
scrivete alla buona, senza concetti; già conosciamo la vostra abilità». Il
Segretario scrisse, e il foglio fu dato a Geltrude da ricopiare, la quale
ricopiò, e appose il suo nome, come le comandò il Marchese. Il quale preso
il foglio, e consegnatolo al Segretario perché lo portasse addirittura cui
era indiritto; comandò che si preparasse per Geltrude il suo appartamento
ordinario, che si dicesse ch'ella era guarita dalla sua indisposizione - era
il pretesto preso per dar ragione della sua assenza continua -, e che tosto
le si facessero apprestare abiti più sontuosi. Quindi rivolto sorridendo a
Geltrude, le chiese quando ella sarebbe stata disposta a fare una trottata a
Monza per richiedere alla Badessa di esser ricevuta. «Anzi...» riprese dopo
aver pensato un momento, «perché non v'andiamo oggi stesso? Geltrude ha
bisogno di pigliar aria, e sarà ancor più contenta quando il primo passo sia
fatto». «Andiamo, andiamo» rispose la Marchesa. «La giornata è bellissima».
«Vado a dar gli ordini», disse il Marchesino e stava per partire. «Ma...»
cominciò Geltrude, e non potè continuare. «Piano, piano, cervellino»,
ripigliò il Marchese rivolto al figlio: «forse Geltrude è stanca, e vuole
aspettare fino a domani. Volete voi che andiamo domani?» domandò a Geltrude
con uno sguardo che nello stesso tempo mostrava il sereno e minacciava il
temporale. «Domani», rispose con debole voce Geltrude, alla quale non parve
vero di aver qualche ora di rispitto, e che nel proferire quella parola si
sovvenne che finalmente quel passo non era l'ultimo, il decisivo; e che si
poteva ancora darne uno indietro. «Domani», disse solennemente il Marchese:
«domani, è il giorno ch'ella ha stabilito».
Il resto della giornata fu occupatissimo.
Geltrude avrebbe voluto raccogliere i suoi pensieri,
riposarsi da tante commozioni, rendersi conto di quello che aveva fatto, di
quello che era da farsi, sapere distintamente che cosa voleva, trovare il
modo di rallentare un po' quella macchina che appena mossa andava con tanta
celerità, per vedere almeno come ne era condotta, e per arrestarla affatto
se si fosse accorta che la conduceva ad un pentimento; ma non ci fu verso.
Le distrazioni si tenevano dietro senza interruzione, e la mente di Geltrude
era come il lavorio d'una povera fante che serva ad una numerosa famiglia e
che in un giorno di faccende chiamata di qua di là non può venire a capo di
nulla. Mentre s'apparecchiava il quartiere ch'ella doveva abitare, ella fu
condotta nella stanza stessa della Marchesa, per essere acconciata,
adornata, vestita del suo più bell'abito; operazione che in quel giorno le
recò una noja intollerabile. La Marchesa presiedeva all'acconciamento, e
parte lodando, parte riprendendo, parte consigliando, parte interrogando
Geltrude di cose estranie non le lasciò il tempo di raccozzar due idee. Del
resto a misura che l'opera procedeva verso la sua perfezione, Geltrude
stessa vi prese un po' d'affetto, e vi occupò quel poco di pensiero che le
rimaneva. L'acconciatura era appena finita che venne l'ora del pranzo. I
servi la inchinavano umilmente sul suo passaggio, accennando di
congratularsi per la ricuperata salute; con una serietà che non avrebbe
lasciato supporre che essi sapessero qualche cosa del vero motivo della
assenza di Geltrude. A tavola Geltrude fu la regina: servita la prima,
trattenuta, corteggiata, ella doveva corrispondere a tante gentilezze, e
faceva ogni sforzo per riuscirvi. Il Marchese aveva fatto avvertire alcuni
parenti più prossimi del ristabilimento della figlia, e della sua
risoluzione: le due liete nuove si sparsero, e come la famiglia del Marchese
spandeva un lustro grande su tutta la parentela, comparvero dopo il pranzo
visite di congratulazione. I complimenti erano per la sposina - così si
chiamavano le giovani che erano per farsi monache - e la sposina doveva
rispondere a quei complimenti; ed ogni risposta era una conferma. S'avvedeva
ben ella che ad ogni momento andava tessendo ella stessa una maglia di più
alla sua rete; ma oltre ch'ella non vedeva ben chiaro se quella era una
rete, fare altrimenti le pareva impossibile: poiché come mai in presenza del
padre, a chi si rallegrava di una risoluzione presa da lei, ed annunziata da
quello, avrebb'ella potuto dare una risposta dubbiosa? Partite le visite
Geltrude entrò con la famiglia nel cocchio dal quale era stata esclusa per
tanto tempo: e si andò a fare la solenne trottata. Lo spettacolo e il romore
delle carrozze e dei passeggiatori, i discorsi incessanti del padre, della
madre, e del fratello che per cortesia rivolgevano sempre la parola a
Geltrude, si contendevano l'attenzione della sua mente; e i pensieri sulla
sua situazione vi apparivano istantaneamente come lampi in un povero cielo.
Rientrato il cocchio, in casa, e fermato sotto le volte rimbombanti
dell'atrio, i servi che scendevano in fretta coi doppieri, annunziarono che
gran parte della conversazione era già ragunata.
Si montò con tutta la fretta che poteva conciliarsi con una
certa gravità, e di sala in sala si giunse a quella della conversazione. La
sposina ne fu il soggetto, l'idolo, e la vittima. Chi si faceva prometter da
lei, chi prometteva visite, chi parlava della madre tale sua parente, chi
della madre tal altra sua conoscente; chi lodava il cielo di Monza, chi la
regola del monastero. Se alcuno non potendo avvicinarsi a Geltrude assediata
da altri, o trovandosi distratto a ciarlare in un crocchio, non le aveva
detto nulla, si sentiva tutto ad un tratto preso come da un rimorso, temeva
di averle fatta una offesa, e studiava il momento di farle il suo
complimento. Finalmente la brigata si sciolse, tutti partirono senza
rimorso, e Geltrude stordita, intronata si rimase sola con la famiglia,
dalla quale ebbe altri complimenti sui complimenti che aveva ricevuti. «Ho
finalmente», disse il Marchese Matteo «avuta la consolazione di veder mia
figlia trattata e distinta da sua pari. Domani mattina», soggiunse,
«converrà esser presti di buon ora per andare a Monza come ha stabilito
Geltrude». Geltrude condotta finalmente dalla Marchesa nella stanza che le
era preparata vi rimase con una donna che era stata quel giorno destinata ai
suoi servigi, in vece di quella che aveva fatto presso di lei il tristo
uficio di carceriera.
Questo cangiamento era stato provocato da Geltrude. Vedendo
ella in quel giorno il padre così disposto a compiacerla in tutto fuor che
in una cosa, fu tentata di profittare dell'auge in cui si trovava per
soddisfare almeno una delle passioni che si univano a tormentarla. Si è
detto ch'ella vedeva di mal occhio la donna che le era stata spia e
guardiana; e che v'era fra esse un ricambio continuo, una gara di sgarbi.
Geltrude in certi momenti di divozione le aveva perdonato, ma cento perdoni
non ne vagliono un solo. Vedersi in quel giorno trattata con tanta
importanza quasi con tanto rispetto da tutta la famiglia, le dava un po' di
superbia, e nello stesso tempo il sentire che con queste lusinghe le si
faceva fare quello che forse ella non avrebbe voluto le dava stizza: mentre
il suo animo si trovava fra questi due tristi sentimenti, le sovvenne dei
modi rozzi, famigliari, insolenti che quella donna le aveva usati nella sua
prigionia, e volendo lamentarsi di qualche cosa, se ne lamentò al padre.
Questi ne fu, o se ne mostrò sdegnato, non istette a domandarle come ella
pure avesse trattata la donna; ma promise che darebbe una buona lavata di
capo a colei, e fissò immediatamente ai servigi di Geltrude un'altra donna
di casa. Era questa la vecchia governante del Marchesino: e Geltrude faceva
poco guadagno nel cambio. La vecchia alla quale il Marchesino era stato dato
in guardia quando fu tolto alla nutrice, aveva per lui una falsa affezione
di madre: in lui aveva poste tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la
sua gloria. Dopo il Marchese ella era stata la prima a dire che Geltrude
aveva ad esser monaca per non rubare una parte d'entrata al Marchesino. Quel
giorno ella era e si mostrava tanto soddisfatta che aveva ricevute le
congratulazioni dei suoi conservi, tra i quali era un personaggio
d'importanza; e parlava con molta bontà della signorina che aveva conosciuto
il suo dovere.
Geltrude, a compimento di quella giornata, dovette sentire le
lodi e i consigli della vecchia che spogliandola e ponendola a letto le fece
la storia di sue zie, e di sue prozie, le quali s'eran fatte monache per non
intaccare il patrimonio della casa, e che se n'erano trovate ben contente
perché i monasteri dove s'erano chiuse avevan saputo tener conto dell'onore
che arrecava loro l'aver dame di quella casa. Le raccontò che si era ricorso
ad esse per protezione, e che esse dal loro parlatorio avevano ottenuto ciò
che era stato invano domandato dalle prime dame nella loro gran sala di
ricevimento, parlò degli affari d'onore imbrogliatissimi ch'esse avevano
conciliati, delle visite di grandi personaggi forestieri che avevano
ricevute, di che tutta la città aveva parlato. «Ma», soggiungeva, «erano
donne che sapevan fare»; e qui intrometteva qualche consiglio sulla condotta
da tenersi a Monza. Prediceva gli onori che Geltrude avrebbe pur ricevuti,
le distinzioni, le visite. Verrebbe poi il Signor Marchesino con la sua
sposa, la quale doveva esser certo una gran dama, e allora non solo il
monastero, ma tutto il borgo sarebbe in movimento. Geltrude ascoltava con
una noja mista di qualche curiosità, poiché si trattava probabilmente del
suo avvenire, e benché stanca e stordita non diceva: «finitela», per quella
stessa curiosità che impedisce uno di lasciare a mezzo una storia mal
pensata e male scritta. La vecchia aveva parlato mentre spogliava Geltrude,
quando Geltrude era già coricata; parlava ancora che Geltrude dormiva. Le
cure di rado tolgono il sonno alla giovinezza; e sono tutt'altre cure che
quelle onde era oppressa Geltrude. Il suo sonno fu affannoso, torbido, pieno
di sogni penosi, ma non fu rotto che dalla voce agra della vecchia che venne
di buon mattino a riscuoterla perché si preparasse al viaggio di Monza.
«Alto, alto, signora sposina; è giorno fatto; e prima ch'ella
sia vestita, rivestita, in pronto, ci vorrà anche un'ora almeno. La Signora
Marchesa si sta alzando, e l'hanno svegliata quattr'ore prima del solito. Il
Marchesino è già disceso alla scuderia e risalito; e si trova in ordine di
partire quando che sia. Vispo come un lepratto quel diavoletto: ma! egli era
tale fin da bambino: io posso ben dirlo che l'ho tenuto nelle mie braccia.
Ma quando è all'ordine non bisogna farlo aspettare, perché quantunque sia
della miglior pasta del mondo, allora egli strepita, fa il diavolo: e questa
volta avrebbe anche un po' di ragione perché egli s'incomoda per accompagnar
lei. Guarda in quei momenti: non ha tema di nessuno, fuorché del Signor
Marchese; ma poi finalmente egli non ha sopra di sè che il Signor Marchese,
e un giorno il Signor Marchese sarà egli. Poveretto! con due paroline però
s'acqueta subito. Lesta, lesta, signorina, perché mi sta guardando così come
incantata? a quest'ora ella dovrebb'esser fuori del nido».
Geltrude infatti desta per forza, non ancor ben certa di
vegliare, assalita ad un punto dalle memorie del giorno trascorso, dal
pensiero di ciò che si doveva fare in quello che cominciava, e dal
cinguettio della governante, stava cogli occhi socchiusi ed intenti come
trasognata: quel destarsi era per la sua mente come il dubbio barlume di un
mattino tempestoso, quando un leggero diradamento nelle tenebre appena
annunzia che il sole è sull'orizzonte, e a chi guarda più attentamente il
sole stesso appare come un disco bianco e leggiero sospeso dietro le nuvole
trasparenti.
Quelle esortazioni però fecero colpo assai, perché la vecchia
aveva toccato un tasto del quale essa stessa non conosceva tutta la forza.
Il nome del Marchesino aveva già fermata l'attenzione di Geltrude, ma quando
dalle parole della governante l'immagine del Marchesino in collera passò
nella mente di Geltrude, tutti i pensieri onde questa era affollata, si
levarono a volo come uno stormo di passere alla vista d'uno spauracchio, e
non restò più a Geltrude che la voglia di sbrigarsi, e di schivare quella
collera. Geltrude, bisogna confessarlo, non amava molto il fratello; e pei
suoi modi aspri, sprezzanti, e imperiosi, e perché di tutta la casa il
Marchesino era quegli che più sovente aveva il monastero in bocca; e perché
le compiacenze e le distinzioni dei parenti sopra di lui, la tenevano in uno
stato continuo di paragone umiliante. Lo temeva essa però, ma fino ad un
certo tempo non quanto egli avrebbe voluto: e come di lingua e d'ingegno,
ella era meglio fornita di lui, di quando in quando ella si vendicava con un
motto di molti giorni di una pesante persecuzione. Era quindi fra loro come
un continuo stato di guerra. Ma quando dopo la sua prigionia Geltrude
comparve davanti al fratello carica d'un fallo e d'un perdono, alzando
timidamente gli occhi sulla faccia del fratello, vi scorse una superiorità
dalla quale non ebbe pure il pensiero di potersi ribellar mai; si sentì
soggiogata per sempre. Ed ora il solo pensare che il fratello in un momento
d'impazienza potesse profittare del vantaggio che ella le aveva dato col suo
fallo, per gittarle un motto, un rimprovero che alludesse a quello, la
faceva tremare. Si pose ella quindi a sedere in fretta, e pure in fretta
cominciò a vestirsi. Avrebbe potuto la poverina riflettere che quel pericolo
era troppo lontano; che il fratello in un momento in cui sperava da lei un
tal sagrificio era ben lontano dal dir cosa che potesse offenderla; e che
alla fine per grossolano e sventato ch'egli fosse, non avrebbe scherzato
così di leggieri con l'onore di sua sorella, al quale il suo proprio era
tanto vicino; ma un effetto dei falli si è appunto di render l'animo più
soggetto a timori non ragionevoli.
Geltrude si vestì dunque in fretta, si lasciò acconciare e
comparve nella sala dov'era radunata la famiglia ad aspettarla. Il
Marchesino, al quale corsero dapprima i suoi occhj, se ne stava tranquillo,
senza dar segno d'impazienza: la Marchesa la quale aveva sagrificate tre ore
di letto mostrava nell'aspetto quel misto di sentimenti che nasce dalla
consolazione di aver fatta una impresa, e dal dispetto degli incomodi
sostenuti per venirne a capo. Il Marchese con lieto viso si fece incontro a
Geltrude, e le disse. «Avete scelto una bella giornata: buon augurio». «Buon
augurio» ripeterono la Marchesa e il Marchesino. Era preparata una sedia a
bracciuoli, e il Marchese accennò amorevolmente a Geltrude che vi sedesse, e
perch'ella confusa stava alquanto in forse: «qui, qui», diss'egli,
«certamente: dopo la risoluzione che avete fatta non siete più una
ragazzetta: siete come un di noi». Appena Geltrude si fu seduta, venne un
servo che le presentò rispettosamente una tazza di ciocolatte.
Prendere il ciocolatte a quei tempi, era, dice il nostro
manoscritto, quello che presso ai romani assumere la veste virile: e tutte
queste cerimonie erano piccioli fili, che legavano sempre più la povera
Geltrude. Essa non confermava con parole la risoluzione che tutte quelle
dimostrazioni supponevano: non diceva nulla, non faceva nulla, ma tutto ciò
che si faceva d'intorno a lei, la poneva in una situazione nella quale il
disdirsi, appena il mover dubbio sulla sua risoluzione, il fermarsi un
momento avrebbe avuto sempre più apparenza di stranezza scandalosa. Preso il
fatal ciocolatte, il Marchese si alzò, pigliò Geltrude in disparte, e con
aria di consiglio amorevole le disse. «Orsù figlia mia, diportatevi bene:
scioltezza, e buon garbo». E qui le diede le istruzioni su quello che doveva
fare e dire, e le fece ripetere la formola della domanda. «Benissimo, a
meraviglia» esclamò quindi e continuò: «Quelle buone suore vi aspettano a
braccia aperte; e non sanno nulla, nulla... Non mi date in fanciullaggini,
in pianti, non mi fate la Maddalena penitente, guardatevi da un contegno che
lasci sospettar qualche cosa: siate franca, e mostrate di che sangue uscite.
La vostra risoluzione vi ha meritato il perdono della famiglia; il vostro
fallo è cancellato e dimenticato». Quand'anche Geltrude avesse avuto il
coraggio, che non aveva, di porre qualche ostacolo, questo discorso, che le
faceva sentire dove si sarebbe tosto portata la quistione, l'avrebbe
immediatamente disposta ad obbedire senz'altre osservazioni. Ella arrossò,
non rispose nulla, chinò il capo, gli occhi le si gonfiarono; ma un «via
via», detto risolutamente dal Marchese e l'apparire d'un servo che
annunziava che il cocchio era pronto, la costrinsero a farsi forza, e a
ricomporsi. Nello scender le scale, Geltrude fu servita da un bracciere; si
montò in cocchio, e si partì. Gl'impicci, le noje, e i pericoli del mondo, e
la vita beata del chiostro, principalmente per le giovani di sangue
nobilissimo furono il tema del discorso durante il tragitto. All'entrare nel
borgo, al vedere la porta del chiostro, Geltrude si sentì stringere il
cuore, ma gli occhi della famiglia erano sopra di lei; quando il cocchio si
fermò Geltrude guardando alla porta la vide già piena di curiosi; e lo
studio di non far nulla di sconvenevole la occupava tanto, ch'ella scese, e
s'avviò quasi senz'altro pensiero. Attraversando il cortile si vide la porta
del chiostro aperta, e tutta occupata dalle monache. In prima fila alcune
anziane con la badessa nel mezzo; dietro le altre alla rinfusa, quelle che
erano immediatamente dopo le prime cacciavano il volto tra l'una e l'altra,
altre dietro ritte sulla punta dei piedi; e per non tacer nulla, le converse
in ultimo sollevate sopra sgabelletti. Si vedevano pure qua e là luccicare
più basso qualche paja di occhj avidissimi, come al buco della chiave, ed
apparire qua e là un po' di volto mezzo ascoso: erano le più destre e le più
animose delle educande che serpendo tra una monaca e l'altra s'eran trovate
un cantuccio per vedere anch'esse qualche cosa: il che era in verità troppo
giusto.
Geltrude come incantata giunse in faccia a tanto teatro,
condotta ed animata dai parenti, e si fermò nel bel mezzo davanti alla madre
badessa. È inutile dire che questa era stata dal Marchese avvertita per un
messo straordinario della visita che avrebbe ricevuta e del perché. Geltrude
fu accolta dalla badessa e da tutte le suore con acclamazioni. Dopo i primi
saluti, la badessa nel modo con cui si fa per formalità una domanda della
quale è certa la risposta, le domandò che cosa ella desiderava in quel luogo
dove non v'era chi potesse nulla rifiutarle.
«Son qui...» cominciò a rispondere Geltrude, ma nel momento
in cui ella doveva manifestare con certezza un desiderio che era tutt'altro
che certo nel suo cuore, nel momento in cui le sue parole dovevano decidere
quasi irrevocabilmente del suo destino, il combattimento interno fu sì forte
ch'ella non potè proseguire, e ristette un istante guardando come incantata
la badessa, e la folla che la circondava. Così guatando ella vide
distintamente alcune delle sue compagne, e sulla parte che appariva di
quelle faccette e più negli occhi un'espressione mista di malizia e di
compassione, che diceva chiaramente: «Ah! c'è incappata la brava!» Questa
vista le risvegliò in cuore tutta l'avversione al chiostro, l'orrore per la
violenza che l'era fatta, e con questi sentimenti un lampo di coraggio. E
già ella stava cercando una risposta diversa da quella che si aspettava da
lei, cosa troppo difficile a trovarsi in quella circostanza. Alzò un momento
gli occhi verso il padre che le stava di fianco, per indovinare che effetto
avrebbe prodotto la sua resistenza, e come per esperimentare le proprie
forze, ma vide negli sguardi del Marchese una espressione sì minacciosa, che
tutto il suo coraggio svanì. Pensò che la resistenza, che il ritardo,
l'avrebbero resa innanzi a tanti occhi un oggetto di scandalo, di stupore, e
di derisione, pensò al padre, al fratello, al mondo, al paggio; si consolò
riflettendo che dopo quella formalità le rimaneva ancora una porta aperta
per tornare indietro, che poteva guadagnar tempo, e che avrebbe saputo
approfittarne; e il partito il più facile, il più sicuro, il meno terribile
in quel momento le parve di dire, come fece: «Son qui a domandare d'essere
ammessa a vestir l'abito». Nel breve momento d'indugio ch'ella aveva posto a
finir la sua frase un silenzio solenne aveva regnato fra gli astanti: le
parole di Geltrude furono seguite da una acclamazione generale. Chetato il
tumulto, la badessa tutta sorridente, porse a memoria questa risposta che le
era stata data in iscritto da un bell'ingegno di Monza, uomo dotto che aveva
letti i celebri romanzi del Pasta: «Se il rispetto non ponesse un freno agli
affetti, io accuserei in questa circostanza di troppo rigore quelle regole
sapientissime che ci proibiscono di dare alcuna risposta a domande di questa
natura prima di averne ottenuta la licenza. Bensì senza riguardi, accuseremo
il tempo che coi suoi lenti passi ci ritarda il momento di dare questa
risposta desiderosa non meno che desiderata. E voi, carissima figlia, con
l'acume del vostro ingegno potrete intanto, dai segni esterni farvi indovina
della decisione che potete aspettarvi da tutte le nostre suore; e da me
umilissima superiora».
Le acclamazioni ricominciarono: e le suore sorrisero di
compiacenza, e non a torto perché la gloria del capo si diffonde sugli
inferiori.
La badessa, alla quale non era spiaciuto di aver molti
uditori, pensò allora che la folla poteva essere incomoda, si rivolse ad una
suora, e disse: «Ehi suor Eusebia, date un po', una voce alla fattora,
perché faccia sparire tutto quel minuto popolo, e chiuda la porta di
strada». L'ordine fu dato ed eseguito: e il minuto popolo partì con
dispiacere, ma con ammirazione. Geltrude passava intanto dalle braccia della
badessa a quelle d'una e d'un'altra suora; e ognuna le faceva un
complimento, il quale aveva in tutte a un di presso lo stesso senso: - l'avevam
sempre detto che sareste nostra -. Passato quel primo impeto, la badessa
pregò Geltrude e la famiglia di passare nel parlatorio. A questa preghiera,
le converse scesero dagli sgabelli, la folla si diradò, e la badessa con
alcune delle anziane si avviò al parlatorio per l'interno del chiostro,
mentre la famiglia milanese vi andava pel di fuori.
V'ha due modi di scendere il pendio della sventura: l'uno è
di capitombolare ad un tratto nel precipizio, l'altro d'andarvi come
saltelloni in più riprese: in questo secondo caso, ogni fermata è una specie
di riposo; e l'intervallo che passa tra una caduta e l'altra è talvolta
tutto occupato dalla speranza. Geltrude sentì un certo sollievo d'essere
uscita di quella stretta comunque ne fosse uscita, e corse tosto col
pensiero a proporsi di volere prima di fare un altro passo meditar ben bene
se le conveniva o no di progredire, e di non lasciarsi cogliere così alla
sprovveduta. Con questo pensiero ella fu condotta nel parlatorio. Qui
rinnovati i complimenti, la badessa pregò gli ospiti di aggradire alcune
cosucce, ch'ella faceva porre nella ruota da una conversa; la quale dette il
moto alla ruota, e ne rivolse la bocca verso il parlatorio esteriore.
Due secoli e più sono passati dopo quel giorno memorabile:
così che noi crediamo di potere ormai senza indiscrezione manifestare che la
ruota, rivolgendosi, offerse agli sguardi, ed alle mani degli ospiti un gran
bacile di dolci squisiti, fabbricati di propria mano dalle suore malgrado
gli ordini ecclesiastici, in allora recenti, che proibivano loro
assolutamente un tale esercizio. È da credersi che questi ordini non
ottenessero un più grande effetto in progresso di tempo, giacché questa
fabbricazione durò fino ai nostri giorni; il che non si accenna qui per
censurare con indiscreta severità tutte le monache che si succedettero in
questi due secoli; una tale censura sarebbe anzi a dir vero non solo
indiscreta, ma perfidamente ipocrita, perché chi scrive ha mangiato egli
stesso i dolci squisiti di fabbrica monastica, quando ha potuto averne. Si
parla soltanto di questo fatto, perché può dar luogo ad una osservazione
piccante: che vi ha talvolta delle leggi che non sono eseguite.
Dopo un «oh!» come di sorpresa, dopo alquanto schermirsi, e
lagnarsi d'esser trattati in cerimonia, il bacile fu manomesso, i dolci
furono gustati con atti che esprimevano l'ammirazione, somme lodi furon date
con sentimento molto, e rispinte con molta modestia.
Mentre la Marchesa e il Marchesino si abbandonavano con
alcune suore alle varie riflessioni che può far nascere un bacile di dolci,
e Geltrude era costretta di rispondere come poteva ai complimenti che altre
suore le facevano, la madre badessa chiamò in disparte il Marchese ad
un'altra grata.
«Signor Marchese... per adempire alle regole... per una pura
formalità... debbo dirle... che ogni volta che una figlia domanda d'essere
ammessa... la Superiora, quale io sono indegnamente... tiene obbligo di
avvertire i parenti che se mai essi forzassero la volontà della figlia
incorrerebbero nella scomunica... Mi scuserà...»
«Benissimo, benissimo, reverenda madre; troppo giusto: lodo
la sua esattezza. Ma già ella non può dubitare...»
«Oh! Pensi, Signor Marchese; non sono pur cose da dirsi: ho
parlato per mio dovere; ma s'immagini...»
«Certo, certo, madre badessa». Finito il qual breve dialogo,
i due interlocutori si separarono in fretta, come se fosse incomodo ad
entrambi il continuarlo, e andarono a mescersi ognuno alla sua brigata. Dopo
alcuni altri complimenti, il Marchese si accomiatò, e Geltrude colle tenere
espressioni della badessa, con le istanze delle suore di venir presto, fu
rimessa in cocchio più stordita, più incerta, più sopra pensiero di quello
che fosse partita la mattina, ma con un anello di più alla sua catena; e che
anello!
Ma la badessa aveva ella qualche dubbio sulla libera elezione
di Geltrude, o prestava fede intera alle parole materiali ch'erano uscite
dalla bocca di lei? Il manoscritto non ne dice nulla; si perde invece a
raccontare lunghissimamente dei particolari nojosi che noi ommettiamo,
intorno ad alcune brighe del monastero, ad alcune rivalità, ad alcuni
impegni, nei quali l'aver fra le suore una figlia di famiglia potentissima
poteva essere un gran soccorso.
CAPITOLO IV
Appena cessati gl'inchini che dalla carrozza si dovevano fare
in risposta alle riverenze delle suore che stavano sulla soglia a veder
partire i signori, e la nuova sorella, appena messo in moto il cigolante
carrozzone, Geltrude fu assalita da nuovi complimenti sul modo con cui si
era portata, sul suo contegno, sull'ammirazione che aveva eccitato nelle
monache, sul giubilo di queste per l'acquisto che facevano, e per
conseguenza sulla felicità di che Geltrude avrebbe goduto in loro compagnia.
Ma tutti gli elogi non furono per Geltrude. La Marchesa sbadigliando parlò
con ammirazione della badessa: «Come s'è portata!» diss'ella «non mi
aspettava tanto; ah! che contegno! aah! che dignità! aaah! che
disinvoltura!»
«Sì, sì»: rispose il Marchese, «ma! Geltrude sarà altra
cosa». Il discorso sarebbe durato fino all'arrivo in città, se il Marchesino
che ne era nojato non l'avesse troncato per parlare dei divertimenti che
Geltrude doveva godere nell'intervallo fra la domanda e l'accettazione. E
qui come conoscitore espertissimo di tutto ciò che nella città e nei
contorni era degno da vedersi, egli ne anticipò a Geltrude larghe e variate
descrizioni; e le parlò di molte sposine ch'egli aveva incontrate nelle
brigate, senza risparmiare la storia di qualche grossa semplicità di taluna
di esse, che aveva molto dato da ridere. Il Marchese lasciava chiaccherare
il figlio, perché in questa faccenda egli aveva più da fare che da dire, e
tutto ciò che gli risparmiava una occasione di discorso, lo toglieva da un
impaccio: quanto alla Marchesa, malgrado i trabalzi che una carrozza di quei
tempi dava in una strada di quei tempi, ella dormiva saporitamente: cosa che
non sorprenderà chi sappia che cosa vuol dire essere svegliato tre ore prima
del solito, e per occuparsi in cosa indifferente.
La Marchesa fu desta dal rimbombo dell'atrio di casa, e
dall'improvviso fermarsi della carozza. Scesi, e salite le scale, il
Marchese intimò alla madre e alla figlia che prima del pranzo dovessero
porsi in assetto per andar subito dopo a restituire la visita alle dame che
avevano favorito la sera antecedente. Detto e fatto; l'acconciatura, il
pranzo, le visite si succedettero senza interruzione; e la solita
conversazione terminò la giornata. Dopo cena il Marchese pose in campo il
discorso dei divertimenti che si dovevano dare a Geltrude, e delle
conversazioni dove ella aveva ad esser presentata come sposina. «Bisognerà
pensare senza ritardo», soggiunse egli, «a scegliere per Geltrude una
madrina degna della nostra casa». La madrina, mio giovane lettore, era una
dama incaricata di condurre la sposina ai divertimenti, alle conversazioni,
di presentarla, e di vegliare sovr'essa. Siccome il Marchese proferendo
quelle ultime parole s'era voltato verso la Marchesa come invitandola a
proporre la dama che le fosse paruta più a proposito (atto per parentesi che
il Marchese faceva rarissimo) la Marchesa cominciò tosto: «Vi sarebbe...»
«No no», interruppe il Marchese, «la prima condizione d'una madrina è
ch'ella vada a genio della sposina; e benché l'uso universale e ragionevole
dia questa scelta ai parenti, pure Geltrude ha tanto giudizio che merita che
si faccia una eccezione per lei». E qui rivolto a Geltrude col piglio di chi
fa una grazia singolare, continuò: «Ognuna delle dame che avete visitate
questa mattina, e di quelle che si sono trovate questa sera alla
conversazione, ha le condizioni necessarie per esser madrina d'una figlia
della nostra casa, e ognuna si terrà onorata di esser preferita: scegliete».
Geltrude incerta com'era, e stanca e indispettita dei passi
che le si facevano fare sulla via del chiostro, non avrebbe voluto far
nulla: ma la grazia era offerta con tanto apparato ch'ella s'avvide che il
rifiuto sarebbe stato preso per un disprezzo; e nello stesso tempo non volle
perdere quel qualunque vantaggio che le dava il potere scegliere. Nominò
dunque la dama che in quel giorno le era più dell'altre piaciuta, quella
cioè che le aveva fatte più carezze d'ogni altra, che l'aveva lodata più
d'ogni altra, che nell'accoglierla e nel conversare con lei le aveva
mostrato tutto quell'aggradimento, quella famigliarità, quell'affetto che
alle volte in una prima conoscenza imita i modi d'una antica amicizia. La
dama scelta da Geltrude aveva da lungo tempo fatto assegnamento sul fratello
di Geltrude per farne il marito d'una sua figlia ch'ella amava assai. «Ben
scelto, ben scelto», disse il Marchese: «e Lei», proseguì verso la Marchesa,
«andrà domani a farne la domanda alla dama; e si ricordi di dire che la
scelta è stata fatta da Geltrude: che son certo che la dama aggradirà
doppiamente la domanda».
Noi non terremo dietro a Geltrude nei divertimenti, e nelle
conversazioni a cui fu condotta o strascinata; né racconteremo tutte le
impressioni e i sentimenti dell'animo suo in queste spedizioni; poiché
dovremmo ripetere tante volte la stessa cosa, quante furono le fluttuazioni,
le risoluzioni, i pentimenti, i sì e i no della sua mente, che furono
infiniti.
Talvolta la pompa degli addobbi, lo splendore delle feste, la
musica che non esprime alcuna idea, e ne fa nascere a migliaja, quella
esaltazione di gioja che appare negli uomini radunati per divertirsi, e per
dir tutto le qualità auree di qualche giovane cavaliere che s'indovinavano
al solo vederlo, le comunicava una certa ebbrezza, una specie di entusiasmo
che le faceva proporre di soffrire ogni cosa piuttosto che di tornare
all'ombra trista e fredda del chiostro. Talvolta lo stordimento, la fatica,
la seccaggine dell'udire e la contenzione del rispondere le faceva parer
dolce quel silenzio e quella pace. Si destava talvolta piena ancora delle
immagini splendide del giorno trascorso; pensava al passo irrevocabile che
stava per dare, e diceva tra sè: - Oh che sproposito! - si sentiva un
coraggio a tutta prova, e prometteva di tornare indietro. La presenza del
padre, o del Marchesino, una cosa qualunque da farsi raffreddavano quel
primo impeto; il quale alla sera si trovava talvolta cangiato in un pieno
abbattimento. Tornavano allora alla mente le difficoltà, si pensava allora
che se anche resistendo si avrebbe potuto schivare il chiostro, non era da
sperarsi il viver lieto del quale allora si gustava una parte: perché si era
in colpa, perché tutta la bonaccia presente non era assicurata che da un
perdono, e il perdono dalla risoluzione di pigliare il velo. Come sarebbero
andate le cose, se la risoluzione si fosse ritrattata? e con quali parole
ritrattarla? come cominciare? da che? Geltrude ritirava lo sguardo da questo
mare in tempesta, e rivolgendolo allora al chiostro, il chiostro le pareva
un porto.
Coltivava ella allora i sentimenti pii che potevano far
piacere il chiostro a chi l'avesse scelto volontariamente, e in quelli
cercava di riposare. Quando dopo questi momenti ella si trovava con la
famiglia, o con altri, diceva spontaneamente e con aria di posata fermezza,
parole che dovevano far credere che la sua scelta era liberissima. Tutte le
volte poi ch'ella era posta in una circostanza nella quale ciò ch'ella
doveva fare o dire doveva essere un nuovo attestato di questa sua scelta,
ella faceva e diceva ciò che lo poteva far credere, ciò che la impegnava
sempre più. Benché alcune volte in quelle circostanze, ella sentisse una
manifesta ripugnanza all'impegnarsi davantaggio, quantunque ella vedesse
chiaramente che ciò ch'ella stava per fare le rendeva più e più difficile il
retrocedere, pure il dire o fare il contrario l'avrebbe posta tutt'ad un
tratto in una situazione così dura e così difficile, ch'ella non poteva né
pure pensare di farlo. Ella era come chi trovandosi sur un ripido pendio,
vedesse all'ingiù sotto di sè un picciol passo da farsi, e quindi un luogo
di riposo, e volgendosi indietro per guardare alla via che bisognerebbe fare
per risalire vedesse il principio d'una erta, lunga, dirotta, disastrosa. E
la povera Geltrude non dava passo che per discendere. Ma siccome chi nuoce a
se stesso nell'avvenire per timore di nuocersi nel momento presente, non
vuol mai confessare a se stesso tutto il male che si fa, né darsi così tosto
per perduto, e ad ogni male che si fa, si consola con l'idea d'un rimedio,
così anche Geltrude aveva trovato nella via che le restava da percorrere un
momento di più forte speranza. Questo momento era quello dell'esame che un
ecclesiastico deputato dal vicario delle monache doveva fare della sua
vocazione; esame nel quale ella si sarebbe trovata sola con lui, e nel quale
ella si teneva certa che qualche occasione si sarebbe offerta per potere
svilupparsi da quel laccio, se laccio era, e in ogni caso, di conoscere ella
stessa più chiaramente il suo animo, di deliberare sulla sua scelta più
posatamente, più sicuramente, di quello che potesse fare coi parenti già
risoluti senza deliberazione, e coi suoi pensieri troppo agitati, troppo
confusi, troppo inesperti per deliberare.
Il momento che Geltrude desiderava non senza qualche terrore,
il Marchese lo affrettava con istanze, perché, come si è detto, egli era
uomo esperimentato, e sapeva che a volere che un affare sia spicciato,
bisogna muoversi; e il momento venne. Un bel mattino il Marchese annunziò a
Geltrude che in quel giorno il Signor... ecclesiastico mandato dal vicario
delle monache, verrebbe ad esaminare la sua vocazione. Ma come quella
conferenza avrebbe avute conseguenze serie, e Geltrude vi doveva esser sola
con l'ecclesiastico, così il Marchese stimò che fosse necessario aggiungere
all'annunzio qualche avvertimento che lasciasse una impressione nell'animo
della figlia, e le servisse di compagnia e di guardia nell'assenza forzata
d'ogni altro custode.
«Orsù, Geltrude», diss'egli; «finora voi vi siete diportata
da angelo: ora si tratta di coronar l'opera. Oggi voi dovete fare un gran
passo; pensate che da esso dipende l'onore di vostro padre, della famiglia,
il vostro, e il vostro destino di tutta la vita. Tutto quello che si è fatto
finora, si è fatto di vostro consenso, anzi a vostra richiesta. Se in tutto
questo frattempo vi fosse nato qualche pentimento, qualche dubbio, avreste
dovuto manifestarlo; ma ora, voi ben vedete che non è più tempo di far
ragazzate. Io mi sono impegnato, in faccia al mondo, e mi sono impegnato
perché voi mi avete dato motivo di credere, di esser certo che poteva
impegnarmi senza rischio di avere una smentita. Ricordatevi che la più
picciola esitazione che voi potreste mostrare oggi, mi porrebbe nella
necessità di scegliere fra due partiti dolorosi: o di rinunziare alla mia
riputazione, lasciando credere che io ho presa leggermente una leggerezza
vostra per una ferma risoluzione, che ho fatte tante pubblicità senza
riflessione... che so io... che ho preteso far violenza alla vostra
vocazione... o di svelare i veri motivi della richiesta che voi avete fatta,
e del vostro pentimento. Il primo partito non può assolutamente stare con
ciò che debbo a me e alla casa. Astretto di appigliarmi al secondo, dovrei
anche poi trattarvi come una figlia colpevole, che avrebbe corrisposto al
primo perdono con un'altra gravissima colpa...»
Il tuono solenne e misterioso con cui il Marchese aveva
cominciato il suo discorso aveva già messa in apprensione Geltrude: e nella
angoscia dell'aspettazione i tratti del suo volto erano immobili, tesi,
ravvolti come le foglie d'un fiore nell'afa che precede la burasca: ma la
gragnuola assidua e crescente di quelle parole minacciose percotendola, la
abbattè affatto, e la fè sciogliere in uno scoppio di pianto. «Via via...
che è stato?» disse avvedendosene il Marchese, il quale era in quella
faccenda tanto occupato delle conseguenze che ella poteva avere per lui che
non pensava che ella potesse toccare altri tanto sul vivo. «Che è stato? io
ho parlato in una supposizione impossibile... pure doveva pensare anche ad
un tal caso... per quanto giudizio abbiate, io doveva mettervi in avviso
sull'importanza delle risposte che oggi siete per dare. Il Signor... vi
domanderà se la vostra risoluzione è libera, se i parenti non vi hanno
comandato, consigliato... che so io?... ed io doveva avvisare di pesare ben
bene la risposta, perché ella sia tale da non pormi nella necessità, di
farne un'altra io, e... ma via, via, le son ciarle; voi farete il vostro
dovere da brava, come avete fatto finora; e non si parlerà tra di noi che di
consolazioni. Via non piangete, ricomponetevi, io vi lascio sola:
rasserenatevi, non fate che il Signor... vi trovi in uno stato che possa
dare dei sospetti... mi fido di voi». Così dicendo partì, lasciando Geltrude
a tutta l'agitazione che poteva dare un tal discorso ad una giovane del suo
carattere in quella circostanza. Geltrude pianse amaramente, si sdegnò,
volle meditare su quello che aveva a dire; ma questa meditazione era così
piena di dolori, di incertezze, e d'angustie, che la poveretta prescelse di
divertirne a forza il pensiero, di rivolgerlo a qualche cosa di estraneo, e
di aspettare il consiglio dalla cosa stessa e dal momento. Ma qual si fosse
il partito al quale ella dovesse appigliarsi nell'abboccamento, ella stessa
sentiva ripugnanza e vergogna a presentarvisi in un aspetto che annunziasse
una qualche perturbazione, e risolvette di avere un aspetto tranquillo e
decente; e lo ebbe in brevissimo tempo. Pretendono alcuni che le figlie
d'Adamo riescano molto meglio a dominare l'espressione esterna del loro
animo che l'animo stesso; e che in questa parte riescano meglio assai che
non quegli individui del genere umano che si chiamano di preferenza uomini.
Ma tutte queste quistioni di paragone tra l'un sesso e l'altro, non saranno
mai messe in chiaro, e né pure ben poste fin che gli uomini soli ne
tratteranno ex professo negli scritti: giacché essi peccano tutti verso le
donne o di galanteria adulatoria, o di ostilità grossolana. Con questa
osservazione non s'intende già di sprezzare temerariamente tante opere
profonde che sono state scritte sul merito comparativo del bel sesso, e le
riflessioni infinite e bellissime su questo argomento che sono sparse in
tante altre opere; ma per quanto una materia sia stata egregiamente
trattata, è sempre lecito di desiderare qualche cosa di più.
«Il Signor...!» A questo annunzio Geltrude balzò in piedi
vergognosa, e agitata, facendogli le accoglienze che usano le persone
vergognose e agitate. Il Marchese lo accompagnava, e dato uno sguardo a
Geltrude si ritirò: la madrina passò nella stanza vicina: la porta di
comunicazione aperta in modo che ella potesse da quella vedere e non
intendere.
I lettori d'una storia hanno il privilegio di conoscere i
personaggi prima di vederli operare, di sentirli parlare; ed è questa una
delle ragioni per cui la lettura d'una storia è molte volte più chiara e
meno difficoltosa che la condotta negli affari della vita. Per servire a
questo privilegio noi diremo qualche cosa del Signor...
Era un buon uomo; e la bontà gli era sì naturale, che gli
pareva la cosa la più naturale del mondo: siccome ve n'aveva sempre nelle
sue intenzioni e nelle sue azioni, egli ne supponeva sempre nelle intenzioni
e nelle azioni degli altri: nel che il buon uomo aveva torto. Non vogliam
dire con questo ch'egli avrebbe dovuto giudicare sfavorevolmente degli
altri, supporre il male, attenersi a quell'indegno proverbio che dice, - chi
pensa male pensa una volta sola -: ohibò: questo è un eccesso più comune, e
peggiore. Avrebbe dovuto lasciar di giudicare nelle cose che non lo
toccavano; e in quelle nelle quali il suo giudizio doveva influire sulla
sorte altrui, avrebbe dovuto sospenderlo fino a tanto che da un attento
esame egli avesse potuto formarlo, buono o tristo, ma con quella maggior
certezza che è data a quello stromento guasto che si chiama ragione umana.
Il caso di Geltrude mostrerà come egli avesse il torto di pensar bene prima
di pensare. Il Marchese parlandogli della figlia ch'egli aveva ad esaminare
ne aveva esaltata la pietà, l'amore del ritiro, il desiderio di conservarsi
nel chiostro per esser pura e santa. Il Signor... aveva creduto con gioja al
primo momento tutte queste cose liete; e andava a far l'esame nel quale si
trattava di decidere se la vocazione era vera o falsa colla prevenzione
dolcissima ch'ella era vera: il buon uomo si consolava di avere a sentire
l'espressione di un animo pio e fervente, di godere dello spettacolo di una
buona risoluzione, mentre avrebbe dovuto pensare ad accertarsi se la
risoluzione esisteva. - Oh! - dirà taluno, - se egli non avesse creduto al
Marchese, avrebbe dovuto supporre così di primo slancio che Geltrude era una
finta, o il Marchese un tiranno impostore. E doveva egli pensar così senza
alcun fondamento? - Ohibò, di nuovo: non doveva pensar nulla; vi pare egli
cosa tanto difficile? Ma per non averlo saputo fare, il buon uomo preparò
l'animo suo nulla più che ad adempiere una cerimonia, una formalità, e
faceva tutt'altro; e doveva saperlo. Il Signor... pregò Geltrude di riporsi
a sedere, sedette, e vedendo in essa quella leggiera perturbazione ch'era da
aspettarsi in quel caso, pensò di rincorarla con un modo scherzevole, e le
disse: «Signorina, vedo che le fo paura: non me ne maraviglio: io vengo a
fare la parte del diavolo; perché ella saprà che io debbo ora mettere in
dubbio quella risoluzione che a lei forse pare certa, ferma, irrevocabile;
io debbo ora farle guardare attentamente il rovescio della medaglia, al
quale ella forse non ha mai pensato; io debbo interrogarla minutamente, per
esser certo che ella non pigli qualche illusione per ispirazione».
«Signore», rispose Geltrude, realmente rincorata dalle parole
e dal tuono del buon uomo, «io ho desiderato ardentemente questo
abboccamento. Da questo dipende la scelta della mia vita e io spero che da
ciò che io sentirò da lei, da ciò che io le risponderò, verrò io stessa a
conoscere più chiaramente quale sia la mia vocazione».
«Bene, bene», rispose con gioja e quasi con ammirazione il
Signor... «così mi piace. Quelle proteste veementi, quelle affermazioni
enfatiche alla prima sono talvolta fuochi di paglia; fervori di fantasia.
Per decidere bisogna dubitare, o fare come se si dubitasse. La prego, per
ora, si faccia forza: per quanto ella credesse di aver risoluto, torni da
capo e si metta bene in testa che si tratta di risolvere ora. Il mio dovere
è d'interrogarla su molti capi, e si compiaccia di rispondermi con
semplicità e con riflessione. Come le è venuta questa risoluzione di
abbandonare il mondo, e di farsi monaca?»
Se il buon ecclesiastico avesse avuta l'intenzione di
aflliggere, di umiliare, e di confondere Geltrude, non avrebbe potuto
scegliere una interrogazione più opportuna di questa: ma egli era ben
lontano dal supporre l'effetto ch'ella doveva produrre, e l'aveva fatta
nella semplicità del suo cuore, e per adempire alle regole del suo uficio,
che la prescrivevano. Geltrude rimase come colpita: che rispondere? parlare
della cagione vera e primaria, raccontare l'istoria del paggio?... Dio
liberi! Quella storia ella voleva schivarla a tutto costo. Ma tacendola,
come spiegare la sua domanda di farsi monaca, e tutti i passi conformi a
quella domanda? Addurre violenze, minacce dei parenti? Ma non ne avevano
usate, e questa menzogna (giacché in quel momento Geltrude era disposta a
farne una, e pensava solo a scegliere quella che l'avrebbe cavata più presto
d'impaccio, e che non sarebbe stata scoperta in seguito) questa menzogna
avrebbe certamente cagionata una spiegazione, che sarebbe tutta tornata in
disonore di Geltrude. Che s'ella avesse attribuita la sua risoluzione al
desiderio di compiacere ai parenti, ai loro consigli, a leggerezza propria,
la spiegazione diventava pure inevitabile; e in quel momento le parole che
Geltrude aveva intese poco prima dal padre, le ripassarono in processione
nella memoria. Le parve dunque che il solo mezzo per uscire da quel
gineprajo fosse di dare una risposta che piacesse all'interrogante, e al
padre, che non lasciasse oscurità né punti da discutere nell'avvenire: sentì
che per dare una tal risposta bisognava mostrare che la risoluzione fosse
tuttavia ferma; vide le conseguenze, ma ci si risolse. Avvezza com'era a
trarsi dalle circostanze difficili con ripieghi che la ponevano in
circostanze più difficili ancora, a consumare per dir così il tempo avvenire
per vivere in quel momento, ella cedette all'abitudine, e alla difficoltà,
mentì contra se stessa, e disse: «È la mia vocazione: fino dai miei primi
anni io mi sono sentita inclinata a servir Dio nel chiostro lontano dai
pericoli e dalle cure del mondo». Queste parole furon porte con l'apparenza
della più ferma persuasione; e l'indugio ch'ella aveva posto al rispondere,
parve al Signor... un segno una prova di riflessione posata. E in quel
momento furon contenti ambedue: egli di vedere una così buona disposizione,
ella di essere uscita d'impaccio come che fosse. Da quel momento Geltrude
non pensò nelle altre risposte che a confermare la prima; e edificò il
Signor... oltre ogni sua speranza. Quando egli le chiese se i parenti non
avessero usate minacce o troppo instanti preghiere per determinarla alla
scelta dello stato religioso... «No no»; rispose con vivacità Geltrude: «i
miei parenti desiderano certo che io sia monaca; ma mi hanno lasciata
libera, mi hanno lasciata libera». Il Signor... si scusò di averle fatta una
simile interrogazione. «Il Signor Marchese», diss'egli, «quel cavaliere così
degno! s'immagini s'io posso pensare di lui una cosa simile! ma, io ho fatto
il mio dovere, per quanto strano mi paresse in questa circostanza». L'esame
finì con le giulive congratulazioni del Signor..., il quale come per
iscaricarsi la coscienza di aver fatto qualche cosa per distorre un'anima
buona da un pio proponimento, le disse tutto ciò che gli suggeriva il suo
zelo cordiale per confermarla in quello; e partì con la persuasione di non
aver mai trovata un'anima così ben disposta. Del resto noi siamo ben lontani
dal dare l'unica colpa, e nemmeno la primaria della riuscita di quell'esame
all'ingegno corrivo del buon uomo. Coi tristi antecedenti di Geltrude, e col
suo carattere, la cosa doveva avere a un di presso quell'esito, qualunque
fosse l'esaminatore.
Geltrude, ancor più fortemente compresa dall'idea del
pericolo che avea passato, che dal pensiero dell'impegno che avea preso,
corse tosto dal Padre. Questi era in uno stato di aspettazione inquieta: ma
Geltrude tutta commossa (le commozioni si scambiano facilmente non solo da
chi le osserva, ma da chi le prova) gli raccontò frettolosamente l'esito
della conferenza; e il Marchese respirò. Le fece animo, la colmò di lodi, la
soffocò di promesse; tutto questo con una eloquenza di tenerezza sentita;
giacché in quel punto egli era lieto non solo di avere ottenuto il suo fine;
ma le parole di Geltrude sembravano di chi ha liberamente scelto, ed è
contento della sua scelta; e la benevolenza per chi fa quello che uno
desidera, in modo da togliergli ogni inquietudine ed ogni rimorso, è una
virtù concessa a tutto il genere umano.
Da quel giorno in poi Geltrude non ebbe più che due
occupazioni; l'una interiore, ed era di persuadere a se stessa ch'ella era
contenta della sua scelta, di fermarsi quanto più poteva su le immaginazioni
che potevano renderle gradevole il monastero, di cercare un po' nella
divozione, un po' nel pensiero delle distinzioni che vi avrebbe avute,
consolazioni, celesti o mondane, tutto purché fosse consolazioni. L'altra
occupazione era di accelerare quanto più si poteva tutte le operazioni
preliminari alla vestizione, per uscir di casa, per esser chiusa una volta,
per precludersi ogni strada al tornare addietro, per non sentirsi più
nascere in cuore quell'intollerabile: - potrei forse ancora -. Questo suo
desiderio s'accordava troppo con quelli del Marchese perch'egli non cercasse
ogni via di soddisfarlo; e in fatti egli sollecitò a tempo e a contrattempo
tutte le dispense per far presto.
Così mi sembra che sarà bene che facciamo pur noi in questo
racconto. Diremo dunque che Geltrude entrò nel monastero di Monza, e che
assunse l'abito; che scorso il tempo del noviziato nel quale la sua
risoluzione parve sempre più spontanea e ferma, perché ella mostrava tutto
ciò che poteva farlo credere, e divorava nel suo cuore tutto ciò che avrebbe
potuto far credere il contrario, trascorso questo tempo, ella fece la
solenne professione, con una pompa straordinaria, e quale si conveniva alla
casa. Il sacrificio fu consumato, il dono fu posto su l'altare, ma era di
frutti della terra; la mano che ve lo aveva posto non era monda; il cuore
non lo offriva; e lo sguardo del cielo non discese sovr'esso.
È uno dei caratteri più ammirabili e più divini della
religione cristiana, di potere in qualunque circostanza dare all'uomo che
ricorra ad essa, un rimedio, una norma, e il riposo dell'animo. Quegli
stesso, che per violenza altrui o per suo fallo, o per sua malizia s'è posto
in una via falsa può ad ogni momento approfittare di questi beneficj.
Poiché, se la via ch'egli ha intrapresa è iniqua, la religione glielo fa
conoscere, gli dà l'idea chiara ed assoluta del dovere ch'egli ha di
ritrarsene, e la forza di farlo, che che ne possa conseguire; e se la via è
soltanto difficile, pericolosa, spiacevole, ma senza adito al ritorno, da
questa stessa dura necessità di proseguire in essa, la religione cava un
motivo e dei mezzi per renderla regolare, praticabile, sicura, diciamolo
pure arditamente, soave e deliziosa. Disapprovando i motivi che l'hanno
fatta intraprendere, perché erano falsi, essa ne somministra un altro nuovo
ed inconcusso per continuarla, e dà ad una scelta temeraria o infelice ma
irrevocabile, tutta la santità, tutti i conforti, tutta la sapienza della
vocazione. Con quest'ajuto Geltrude a malgrado della perfidia altrui, e dei
suoi errori d'ogni genere avrebbe potuto divenire una monaca santa, e
contenta: e il secolo stesso anzi l'età in cui ella visse ha dato esempj dei
quali si è conservata la memoria, di donne che strascinate al chiostro con
l'arte e con la forza, e dopo d'essersi per alcun tempo dibattute come
vittime sotto la scure, vi trovarono la rassegnazione e la pace; una pace
quale si trova di rado negli stati eletti più liberamente. Che dico?
Geltrude stessa fu uno di questi esempj, e insigne; ma ben tardi e dopo aver
commessi ben altri errori anzi delitti, dopo sofferta ben altra forza che
quella di cui abbiamo parlato. Ma per non precorrere ora agli eventi col
racconto, diremo che Geltrude dopo la sua professione, continuava ad opporre
nel suo cuore un ostacolo ai rimedj e alle consolazioni che la religione
avrebbe date alla sua sciagurata condizione: e questo ostacolo erano le
consolazioni ch'ella andava cercando altrove, e particolarmente nelle cose
che potevano lusingare il suo orgoglio.
Il lettore non avrà forse dimenticato che la famiglia onde
usciva Geltrude era molto potente, e che questa era la cagione principale
per cui ella era stata tanto desiderata nel monastero. In fatti il monastero
aveva acquistato nel marchese Matteo un protettore dichiarato il quale
risguardava ormai come parte del suo onore l'onore del luogo dove si trovava
una sua figlia. Ma questo vantaggio le suore lo pagavano, e per verità la
cosa era giusta. Lo pagavano in tanti sgarbi, in tanti scherni, in tante
fantasticaggini che avevano a sopportare da Geltrude, la quale, ricordandosi
di tempo in tempo delle arti usate da quelle per ajutare a tirarla in quel
luogo dove di tempo in tempo ella non si poteva patire, si sfogava
avventando beccate agli uccelli che avevano cantato per farla venire nella
loro gabbia. E queste beccatelle le suore le toccavano senza risentirsene,
per non perdere tutto il frutto del loro acquisto. Geltrude vedendosi così
distinta, così sopportata, tanto più libera delle altre provava talvolta un
certo conforto iracondo nel valersi di questi vantaggi, e nell'esercitare in
tal modo la sua superiorità. Una superiorità d'un altro genere era pure per
essa una occasione continua di cercare consolazioni nell'amor proprio, ed
era la sua bellezza: ma quali consolazioni, per amor del cielo! pari a
quelle che provava Robinson nella sua isola in contemplare le monete ch'egli
aveva trovate nei frantumi del vascello sul quale era naufragato. Anzi non
pari, perché quel solitario le gettò in disparte con disprezzo, dopo d'aver
fatto ad esse un'apostrofe su la loro inutilità, e non vi pensò più; ma la
bellezza era per Geltrude un rodimento continuo, una occasione di regressi
affannosi nel passato, e di sguardi disperati nell'avvenire. Ben è vero che
ella si andava paragonando con le altre, e si trovava più bella, ch'ella
rideva di tratto in tratto, e si sarebbe creduto ch'ella ridesse di voglia,
degli occhi sciarpellati della madre badessa, e del mento incartocciato
della madre celleraria, ma in verità che quel riso non lasciava alla
poveretta il dolce in bocca. Spendeva una parte del suo tempo nell'adornarsi
come poteva, e così ingannava alcun poco la sua noja; cercava di ridurre
l'abbigliamento monastico alle fogge secolaresche, o di accordarlo all'aria
del suo volto, e a dir vero questo le riusciva facilmente perché la natura
le aveva dato un volto che per poco che gli si lavorasse attorno stava bene.
Per far questo aveva Geltrude trovato un mezzo molto ingegnoso. Gli specchj
come ognun sa erano proibiti nei chiostri come i lumi nelle polveriere, e
Geltrude nei primi tempi non osava ancora, come fece in appresso, conculcare
tutte le regole; ma la infelice scaltrita aveva fatta porre dietro ad un
quadretto ch'ella teneva appeso nella sua camera una lastra di latta
levigatissima, e a quella si consultava segretamente. Ma quando dalle sue
consulte ella aveva conchiuso che anche in quell'abito ella era avvenente
assai, quand'anche ella se lo udiva ripetere dalle più mondane o dalle più
adulatrici fra le sue compagne, il suo cuore ne rimaneva tutt'altro che
soddisfatto. E quando poi il suo cuore le rinfacciava anche quella poca
parte di piacere così mescolato e corrotto ch'ella aveva gustato, ella
sentiva più rabbia che pentimento. Così la meschina si precludeva l'adito
alle consolazioni reali di cui il suo stato era ancora capace, perché per
giungere a quelle la prima condizione è di non curare il resto; come il
naufrago, che vuole afferrare la tavola galleggiante che può condurlo in
salvamento sulla riva, deve pure sciogliere il pugno e abbandonare le alghe
e gli sterpi nuotanti che aveva abbrancati, per una rabbia d'istinto.
Ad essere badessa si richiedeva l'età di quarant'anni; e
quest'erba, per magra che fosse, era pure anco ben lunge dal becco di
Geltrude. Ma oltre le distinzioni e le franchigie per così dire ch'ella
godeva per la condiscendenza delle suore, e delle superiore, le era tosto
stato conferito il grado più elevato che fosse compatibile con la sua
giovinezza: era stata eletta Maestra delle educande. E per una distinzione
singolare le erano state assegnate due giovani suore converse, le quali
erano come ai suoi servizj, quasi damigelle. Quel posto era per Geltrude una
occasione continua di esercitare le passioni più pericolose ch'ella covava.
Fra le educande che le erano state affidate si trovavano ancora alcune di
quelle che le erano state compagne, e Geltrude così vicina ad esse di età
non aveva ancora dimenticati i risentimenti e le rivalità puerili del
sodalizio: ed ora gli sfogava talvolta con tutta la forza che le dava la sua
autorità. Nei momenti spesso assai lunghi di tristezza e di pentimento dello
stato che aveva abbracciato, ella provava un certo rancore contra quelle
giovanette destinate per la più parte ad una vita libera e splendida che non
era più per lei; le risguardava come nemiche, le spiaceva di vederle liete
d'una letizia che non era sperabile per essa, e faceva di tutto per
toglierla loro, cosa assai facile ad una superiora. Sentiva ella bene la
pazza ingiustizia di questa sua passione, ma vi si abbandonava. E in quei
momenti, poverette quelle educande! Talvolta dopo d'aver lasciato tornare
indietro il suo pensiero nei diletti del mondo, dopo avervelo lasciato
riposare per lungo tempo, ella ne sorprendeva alcune che parlavano fra di
loro di ciò ch'ella aveva pensato, e allora chi l'avesse udita sgridarle
ferocemente, l'avrebbe creduta invasa d'uno zelo inconsiderato, e d'una
staccatezza indiscreta e antisociale. Talvolta invece predominava nell'animo
suo l'orrore al chiostro, alle regole, alla disciplina, all'obbedienza, alla
solitudine, a tutte quelle cose in mezzo delle quali ella si trovava per
forza, e allora non solo ella sopportava la svagatezza clamorosa delle sue
allieve, ma la animava; si mesceva ai loro giuochi, e gli rendeva più
liberi; entrava nei loro discorsi, e gli portava al di là delle intenzioni
con le quali esse gli avevano incominciati.
In queste agitazioni, in questo stato di guerra continua con
se stessa, e con ogni cosa circostante ella passò i primi anni del chiostro,
non senza qualche ritorno di divozione, e di regolarità temporaria, dal
quale ricadeva ben presto nelle sue abitudini predominanti. Questa vita di
noja e di contrasto era tanto penosa, che, senza forse esserne ben conscia a
se stessa, ella si trovava disposta ad abbracciare qualunque distrazione,
qualunque cangiamento di sensazioni fosse stato possibile. Ma la clausura,
le grate, le regole, la facevano camminare con una regolarità esteriore; i
suoi pensieri soltanto vagavano in piena licenza; ma non v'era una occasione
per concedere impunemente, o con lusinga d'impunità una simile licenza alle
sue azioni. Finalmente la sventura di Geltrude volle che l'occasione si
presentasse; e Geltrude si portò in quella come era da temersi, e come
diremo nel seguente capitolo.
CAPITOLO V
Il quartiere dove abitavano le educande e con esse Geltrude e
le sue damigelle, era annesso al monastero, ma appartato, e comunicava con
esso per mezzo d'un corridojo. Era un cortiletto quadrato, ricinto a terreno
da un porticato continuo, sul quale per tutti e quattro i lati girava un
basso ed unico piano di abitazione. Il lato appoggiato a quella parte del
chiostro ove dimoravano le suore, era un lungo stanzone, che serviva alla
scuola ed alla ricreazione delle educande; un altro lato era occupato pure
da un lungo stanzone che serviva di dormitorio: il terzo diviso in varie
camere era l'appartamento della Signora e delle sue damigelle; il quarto
finalmente più stretto degli altri era tenuto dal corridojo che conduceva
nell'interno del chiostro, il quale abbracciava il cortiletto da tre lati.
L'altro, e appunto quello occupato dall'appartamento di Geltrude, era
contiguo ad una casa privata e signorile, o per meglio dire ad una parte
rustica e non finita di quella casa. Era dessa elevata al di sopra del
quartiere delle educande, ma quello che se ne poteva vedere da quindi pareva
piuttosto una catapecchia, un casolaraccio, che una parte di casa civile:
erano tetti e tettucci diseguali di altezza e di forma soprapposti l'uno
all'altro come a caso. Ma in uno di quei tetti v'era un pertugio, un
abbaino, che dava luce ad un solajo, e adito a passare su quei tetti, e dal
quale si poteva guardare nel cortiletto delle educande.
Era severamente prescritto alle monache dagli ordini
ecclesiastici, che dovessero togliere ai vicini ogni vista nel loro
chiostro; ma o fosse che, per essere quella parte di casa disabitata, le
monache non avessero mai badato a quel pertugio, o fosse che la spesa per
liberarsi da quella servitù eccedesse la possibilità del monastero, o che
non si potesse venirne a capo senza quistioni, il fatto è che da quel
pertugio si guardava nel cortiletto delle educande; e un altro fatto assai
tristo si è che il padrone di quella casa era un giovane scellerato: e
questa parola applicata ad un uomo di quei tempi ha un senso molto più forte
di quello che generalmente vi s'intende nei nostri; perché a quei tempi
tante cagioni favorivano la scelleratezza, che in coloro i quali vi si
distinguevano, ella giungeva ad un segno del quale grazie a Dio, non si può
avere una idea dalla esperienza comune del vivere presente. I mezzi
d'impunità erano allora varj ed infiniti; la frequenza dei delitti ne aveva
diminuito il ribrezzo e la vergogna: gli animi erano avvezzi ed allevati per
dir così nel sangue: da questi fatti era nato un pervertimento quasi
generale nelle idee, e allo stesso tempo la perversità delle idee rendeva
quei fatti più comuni, e più tollerati. La vendetta, per esempio, era
comunemente stimata non solo lecita, ma onorevole, ma comandata in alcuni
casi; e benché i ministri della religione non l'avessero mai fatta piegare
nelle istruzioni pubbliche a questa massima perversa, benché non avessero
anzi cessato giammai di inveire contra la vendetta e contra le massime che
la autorizzavano, pure l'opinione quasi generale del mondo sussisteva col
favore di una distinzione che a malgrado della sua assurdità, o forse a
cagione della sua assurdità non è ancora del tutto caduta in disuso: si
diceva che i preti facevano il loro dovere, che dicevano benissimo, che la
vendetta secondo la religione era viziosa, ma ch'ella era un dovere secondo
le leggi dell'onore: così si diceva e non dai più perversi, né dai più
stolti. Ora queste leggi dell'onore erano in allora molto draconiane; e
domandavano sangue per molti casi; senza che questo onore così delicato si
stimasse poi offeso, se per necessità, il sangue si fosse dovuto versare a
tradimento, o per mano di sicarj. Ne veniva di conseguenza che gli omicidj
erano molto frequenti, che uno commesso diveniva causa di un altro, e così
all'infinito, e che l'orrore al sangue si diminuiva con l'abitudine, anche
negli uomini che non erano sanguinari, e che si era formato come un
sentimento universale che una certa misura di animosità, di crudeltà e di
delitti fosse una condizione necessaria inevitabile della società; chi
avesse detto che quello era un male temporario, e speciale sarebbe stato
deriso come un ottimista, un utopista, un sognatore metafisico: appena uno
si sarebbe degnato di rispondergli: «gli uomini sono sempre stati e saranno
sempre così». Portate le idee comuni a questo punto di licenza in molti, e
di tolleranza e di rassegnazione in quasi tutti gli altri, egli è chiaro che
gli uomini i quali avevano una tendenza distinta alla perversità, per
giungere al colmo di essa, pigliavano le mosse da un punto ben più avanzato,
ben più vicino al termine che non sieno le idee comuni dei nostri giorni;
trovavano meno ostacoli e più incitamenti che ai nostri giorni a giungervi,
e vi giungevano. L'omicida ai nostri giorni, quand'anche fosse impunito
sarebbe un oggetto di orrore, oggetto forse di più profondo orrore sarebbe
chi senza commettere l'omicidio di propria mano ne avesse dato l'ordine ed
il prezzo; e tali rei, oltre le pene legali, dovrebbero temere di perdere
tutte le dolcezze della comune società. Quindi l'uomo, che in qualunque
condizione, aspira a goderle, ha pure da questo lato un freno potente. Ma
allora v'erano molti casi in cui l'avere ucciso, o fatto uccidere non
toglieva alla riputazione d'un uomo: l'omicida volontario era ammesso a
giustificarsi e a render ragione dinanzi alla opinione pubblica: non si
trattava che di provare che il caso richiedeva l'omicidio, che il delitto
era una azione tollerata, o prescritta dalle leggi della opinione stessa. La
speranza di poter fare questa giustificazione, dinanzi ad una opinione già
tanto perversamente indulgente, e di farla accettare col terrore doveva
essere, ed era uno stimolo ai tristi potenti per correre allegramente la
loro via. Bastava quindi un leggero interesse, una picciola passione a
spingere anche i meno tristi fra i tristi ad attentati, ai quali ora si
risolverebbero a fatica gli uomini i più avvezzi al delitto, benché vi
fossero tratti da un interesse molto maggiore, da una passione molto più
violenta. Sarebbe un soggetto degno di curiosità, la ricerca delle cagioni
per cui quelle idee e quei costumi, dopo aver regnato per troppe età in
quasi tutte le nazioni d'Europa, sieno poi stati da migliaia di scrittori, e
da milioni di parlanti attribuite poi esclusivamente agli Italiani. Ma noi
invece di avviarci in una nuova digressione, ne abbiamo ora una, e anzi
lunghetta che no, da farci perdonare: torniamo quindi alla storia.
Il padrone della casa contigua al quartiere delle educande,
era dunque un giovane scellerato: e si chiamava il signor Egidio: perché di
cognomi, come abbiam detto, l'autor nostro è molto sparagnatore. Suo padre,
uomo dovizioso bastantemente non aveva avuta altra mira nell'educarlo, che
di renderlo somigliante a se stesso: ora egli era un solenne accattabrighe:
Egidio non aveva quindi sentito dall'infanzia a parlar d'altro che di
soddisfazioni e di fare stare, non aveva veduto quasi altro che schioppi e
pugnali; e dalle braccia della nutrice era passato in quelle degli scherani.
La madre, ch'era di un carattere mansueto e pio, avrebbe potuto forse
temperare in parte questa educazione ma ella era morta lasciando Egidio
nella infanzia, dopo una lenta malattia cagionata dai continui spaventi. Il
padre fu ucciso dopo una brevissima quistione da un suo emolo membro di una
famiglia emola della sua da generazioni; ed Egidio restò solo e padrone
nella giovinezza. La prima sua impresa fu di risarcire l'onore della
famiglia, con una schioppettata nelle spalle dell'uccisore di suo padre.
Questa impresa però lo pose da quel momento in un continuo pericolo; e per
assicurarsi, egli dovette crescere il numero de' suoi bravi, e non camminar
mai che in mezzo ad un drappello. Suo padre aveva non solo nel paese, ma
altrove amici assai, e conformi a lui di massime e di condotta: Egidio gli
ereditò tutti, e gli coltivò, tanto più che aveva bisogno della loro
assistenza. Ma i garbugli e il macello non piacevano a lui, come al padre,
per se medesimi: l'educazione lo aveva addestrato a non temerli, e a
corrervi anzi ogni volta che un qualche fine ve lo spingesse: ma non erano
un fine, un divertimento, un bisogno per lui. La sua passione predominante
era l'amoreggiare; a questa si abbandonava con quelle precauzioni però che
esigeva lo stato di guerra in cui egli si trovava, e per questa egli veniva
ai garbugli ed al macello, quando non si poteva fare altrimenti.
L'abbaino che guardava nel cortiletto del chiostro non era
frequentato da nessuno tanto che visse il padre, il quale non si curava di
spiare i fatti delle educande. Soltanto egli vi aveva condotto una volta
Egidio adolescente, per fargli osservare che quello era un dominio sul
chiostro; e quivi stendendo la mano sui tetti sotto posti, come Amilcare
sull'ara, aveva fatto promettere a quel picciolo Annibale che mai in nessun
tempo egli non avrebbe sofferto che le monache si togliessero quella
servitù. Egidio divenuto padrone, si risovvenne dell'abbaino, e gli parve un
dominio assai più importante che suo padre non lo aveva creduto.
Un consorzio di donzellette, le quali non eran tutte bambine,
parve a colui uno spettacolo da non trasandarsi quando lo aveva così a
portata; e la santità del luogo, il riserbo con cui eran tenute, l'innocenza
loro, tutto ciò che avrebbe dovuto essere freno, fu incentivo alla sua
sfacciata curiosità, la quale non aveva disegni già determinati, ma era
pronta a cogliere e a far nascere tutte le occasioni. Si affacciava egli
dunque all'abbaino con quella frequenza e con quella libertà, che non
bastasse a farlo scoprire da chi non avrebbe voluto. Nelle ore in cui
Geltrude non faceva guardia alle educande, e queste ore tornavano sovente,
gettò egli gli occhi sopra una delle più adulte, e trovato il terreno dolce,
si diede a chiaccherellare con essa: ma pochi giorni trascorsero, che
quella, fidanzata dai suoi parenti ad un tale, fu tolta dal monastero, e
così la tresca finì, senza che nessuno l'avesse avvertita. Egidio animato da
quel primo successo, ed allettato più che atterrito dalla empietà del
secondo pensiero, ardì di rivolgere e di fermare gli occhi e i disegni sopra
la Signora; e si diede ad agguatarla. Un giorno mentre le educande erano
tutte congregate nella stanza del lavoro con le due suore addette ai servigi
della Signora, passeggiava essa sola innanzi e indietro nel cortiletto
lontana le mille miglia da ogni sospetto d'insidie, come il pettirosso
sbadato saltella di ramo in ramo senza pure immaginarsi che in quella
macchia vi sia dei panioni, e nascosto dietro a quella il cacciatore che gli
ha disposti. Tutt'ad un tratto sentì ella venire dai tetti come un romore di
voce non articolata la quale voleva farsi e non farsi intendere, e
macchinalmente levò la faccia verso quella parte; e mentre andava errando
con l'occhio per quegli alti e bassi, quasi cercando il punto preciso donde
il romore era partito, un secondo romore simile al primo, e che
manifestamente le apparve una chiamata misteriosa e cauta, le colpì
l'orecchio, e la fece avvertire il punto ch'ella cercava. Guardò ella allora
più fissamente per conoscere che fosse; e i cenni che vide non le lasciarono
dubbio sulla intenzione di quella chiamata. Bisogna qui render giustizia a
quella infelice: qual che fosse fin'allora stata la licenza dei suoi
pensieri, il sentimento ch'ella provò in quel punto fu un terrore schietto e
forte: chinò tosto lo sguardo, fece un cipiglio severo e sprezzante, e corse
come a rifuggirsi sotto quel lato del porticato che toccava la casa del
vicino, e dove per conseguenza ella era riparata dall'occhio temerario di
quello: quivi tirando lunghesso il muro, rannicchiata e ristretta come se
fosse inseguita, si avviò all'angolo dov'era una scaletta che conduceva alle
sue stanze, vi salse, e vi si chiuse, quasi per porsi in sicuro. Posta a
sedere tutta ansante, fu assalita da una folla di pensieri: cominciò prima
di tutto a ripensare se mai ella avesse dato ansa in alcun modo alla
arditezza di colui, e trovatasi innocente, si rallegrò: quindi detestando
ancora sinceramente ciò che aveva veduto, se lo andava raffigurando e
rimettendo nella immaginazione per venire più chiaramente a comprendere
come, perché ciò fosse avvenuto. Forse era equivoco? forse l'aveva egli
presa in iscambio? Forse aveva voluto accennare qualche cosa d'indifferente?
Ma più ella esaminava, più le pareva di non avere errato alla prima, e
questo esame aumentando la sua certezza, la andava famigliarizzando con
quella immagine, e diminuiva quel primo orrore e quella prima sorpresa. Cosa
strana e trista! il sentimento stesso della sua innocenza le dava un certa
sicurtà a tornare su quelle immagini: ella compiaceva liberamente ad una
curiosità di cui non conosceva ancora tutta l'estensione, e guardava senza
rimorso e senza precauzione una colpa che non era la sua. Finalmente dopo
lunga pezza ella si levò come stanca di tanti pensieri che finivano in uno,
e desiderò di trovarsi con le sue educande, con le suore, di non esser sola.
Esitò alquanto su la strada che doveva fare: ripassando pel cortiletto, ella
avrebbe potuto lanciare un guardo alla sfuggita dietro le spalle su quei
tetti per vedere se colui era tanto ardito da trattenervisi, e così saper
meglio come regolarsi..., ma s'accorse tosto ella stessa che questo era un
sofisma della curiosità, o di qualche cosa di peggio, e senza più esitare,
s'avviò pel dormitorio alla stanza dove erano le educande: qui, o fosse caso
o un resto di quella esitazione ella si affacciò ad una finestra che aveva
dirimpetto appunto quei tetti, vi guardò, vide il temerario che non si era
mosso, partì tosto dalla finestra, la chiuse, e uscì da quella stanza
dicendo in fretta alle educande con voce commossa: «lavorate da brave»; e se
ne andò difilato a passeggiare nel giardino del chiostro. L'atto repentino,
e la commozione della voce non diedero nulla da pensare né alle educande né
alle suore, avvezze le une e le altre agli sbalzi frequenti dell'umore della
Signora. Ma ella stava peggio nel giardino che già non fosse nelle sue
stanze. Le venne un pensiero, che avrebbe dovuto avvertire dell'accaduto chi
poteva opporsi a tanta temerità. - Ma; e se mi fossi ingannata? - Questo
dubbio non le veniva che allor quando la manifestazione di ciò che aveva
veduto le si presentava alla mente come un dovere. - Prima di parlare -
diceva fra sè - voglio esser certa; troverò il modo di farlo con prudenza. E
finalmente - concluse fra sè in un accesso di passioni diverse - finalmente
che colpa ci ho io? questo monastero non l'ho piantato io qui vicino a
questa casa. Così non foss'egli stato piantato in nessun angolo della terra!
Dovevano pensarvi quelle che sono venute a chiudervisi di loro voglia. Vada
come sa andare. Io non voglio pensarci.
Queste parole volevano dire, forse senza che Geltrude stessa
lo scorgesse ben chiaro, che d'allora in poi ella non avrebbe pensato ad
altro. Il nostro manoscritto, segue qui con lunghi particolari il progresso
dei falli di Geltrude; noi saltiamo tutti questi particolari, e diremo
soltanto ciò che è necessario a fare intendere in che abisso ella fosse
caduta, e a motivare gli orribili eccessi d'un altro genere, ai quali la
strascinò la sua caduta. L'assedio dello scellerato Egidio non si rallentò,
e Geltrude cominciò a mettersi sovente nella occasione di mostrargli ch'ella
disapprovava le sue istanze, quindi passando gradatamente dalle
dimostrazioni della disapprovazione a quelle della non curanza, da questa
alla tolleranza, finalmente dopo un doloroso combattimento si diede per
vinta in cuor suo, e con quei mezzi che lo scellerato aveva saputi trovare e
additarle lo fece certo della sua infame vittoria. Cessato il combattimento,
la sventurata provò per un istante una falsa gioja. Alla noja, alla
svogliatezza, al rancore continuo, succedeva tutt'ad un tratto nel suo animo
una occupazione forte, gradita, continua, una vita potente si trasfondeva
nel vuoto dei suoi affetti; Geltrude ne fu come inebbriata; ma era la coppa
ristorante che la crudeltà ingegnosa degli antichi porgeva al condannato per
invigorirlo a sostenere il martirio. L'avvenire gli apparì come pieno e
delizioso. Alcuni momenti della giornata spesi a quel modo, e il resto
impiegato a pensare a quelli, ad aspettarli, a prepararli gli sembrò una
esistenza beata, che, non lascerebbe né cure, né desiderj; ma le
consolazioni della mala coscienza, dice il manoscritto, profittano altrui
come al figliuolo di famiglia le somme ch'egli tocca dall'usurajo.
L'accecamento di Geltrude e le insidie di Egidio s'avanzavano di pari passo,
e giunsero al punto che il muro divisorio non lo fu più che di nome.
Già prima di arrivare a questo estremo, nel carattere di
Geltrude era accaduto un gran cangiamento, tutte le inclinazioni viziose che
vi erano come addormentate si risvegliarono più forti e più adulte, e a
tutte queste si aggiunse l'ipocrisia. Cominciò ella nei primi momenti a
divenire più attenta nell'esteriore, più regolare, più tranquilla; cessò
dagli scherni, e dal rammarichio; di modo che le suore si congratulavano a
vicenda della mutazione felice. Ma quando all'effetto naturale del fallo si
aggiunse la scuola viva e diretta dello scellerato giovane, ognuno può
immaginarsi quali diventassero le idee di Geltrude. Tutto ciò che era
dovere, pietà, morigeratezza era già da gran tempo associato nella sua mente
alla violenza ed alla perfidia, ed aveva un lato odioso e sospetto: i
ragionamenti che tendevano a mostrare che tutto ciò era una invenzione
dell'astuzia, un'arte per godere a spese altrui, accolti dal cuore e
presentati all'intelletto, furono ricevuti in esso come amici savj e
sinceri. Vi ha nelle teorie del vizio qualche cosa di più pensato, di più
profondo, di più verosimile che non appaja nelle massime del dovere espresse
in un modo volgare e talvolta inesatto: di modo che il pervertimento può
parere facilmente un progresso di ragione. Ben è vero che al di là di quelle
teorie ve n'ha una più profonda e vera che mostra la loro fallacia; ma
questa non è dato trovarla se non ad una meditazione potente, o ad un
sentimento retto; ma Geltrude non aveva né l'uno né l'altro di questi ajuti.
Ella fu dunque una docile e cieca discepola, e conobbe e ricevè tutte quelle
idee generali di perversità a cui l'ignoranza e la irriflessione di quei
tempi permetteva di arrivare.
Ma non andò molto che il maestro ebbe a domandarle, o ad
imporle nuovi passi nella carriera ch'ella aveva intrapresa. Geltrude aveva
a poco a poco trasandate quelle cure di apparente regolarità che si era
prescritte; la licenza a cui si era abbandonata le rendeva più
insopportabile ogni contegno; e così si rilasciò tanto che negli atti e nei
discorsi divenne più libera e più irregolare di prima. Insieme a quelle cure
cominciò senza avvedersene a trascurare anche le precauzioni che aveva da
prima messe in opera per nascondere quello che tanto le importava di
nascondere; e le trascurò tanto che ella s'accorse chiaramente un giorno che
le due damigelle, che le stavano più vicine avevano qualche sospetto. Tutta
atterrita ella comunicò la sua scoperta a colui che era il suo solo
consigliere. Questi ne fu pure atterrito, ma a mille miglia meno di
Geltrude, e per la diversità delle circostanze, e perché tanto era minore il
suo pericolo che non quello della donna, e per la diversità dell'animo:
perché quello di Egidio era duro e grossolano; e in Geltrude il timore della
vergogna era una passione furiosa come si è veduto dalla sua condotta
anteriore. Pensò egli quindi più freddamente al modo di scansare il
pericolo, e ne trovò uno che era per lui una nuova occasione di soddisfare
alle sue passioni. Per riuscirvi, egli coltivò il terrore di quella
poveretta, le fece tanta paura del male, che nessun rimedio le paresse
troppo doloroso: e finalmente propose l'infame rimedio che fu di render
partecipi del segreto e di associare alla colpa le due che la sospettavano.
Lo scellerato pose in opera tutta la sua astuzia, si valse di tutto il
predominio che aveva sull'animo di Geltrude, adoperò tutte le dottrine che
le aveva insegnate e ch'ella aveva ricevute. L'albero della scienza aveva
maturato un frutto amaro e schifoso, ma Geltrude aveva la passione
nell'animo e il serpente al fianco; e lo colse. Con la direzione del
serpente, ella trasfuse prudentemente a gradi a gradi nelle menti delle due
suore il pervertimento che era necessario per renderle sue complici, e
consumò il proprio avvilimento nella loro colpa. Venuta in questo fondo, la
sventurata perdette con ogni dignità ogni ritegno, e agguerrita contra ogni
pudore si trovò disposta ad agguerrirsi ad ogni attentato; e l'occasione non
tardò a presentarsi.
Una delle due suore addette alla Signora quando cominciò ad
avere qualche sospetto, lo confidò ad un'altra suora sua amica, facendosi
promettere il segreto: promessa che le fu tenuta perché la Signora era
troppo potente, e il segreto troppo pericoloso; e la voglia di ciarlare fu
vinta dalla paura. Non era che un sospetto, e gli indizj eran deboli e
potevano anche essere interpretati altrimenti; ma la curiosità della suora
fu risvegliata, e non lasciava mai di tempestare quella che le aveva fatta
la confidenza, per vederne, come si dice, l'acqua chiara. Quando però la
suora che aveva ciarlato divenne complice, si studiò non solo di eludere le
inchieste della curiosa, ma di disdirsi, e di farle credere che il sospetto
era ingiurioso e stolto, e ch'ella stessa si era pienamente disingannata.
Ciò non ostante la curiosa ritenne sempre quel sospetto, e non lasciava
sfuggire occasione di gettar gli occhi nel quartiere delle educande, e di
origliare, per venire a qualche certezza.
Accadde un giorno che la Signora venuta a parole con costei
la aspreggiò, e la trattò con tali termini di villania, che la suora
dimenticata ogni cautela, si lasciò sfuggire dalla chiostra dei denti:
ch'ella sapeva qualche cosa, e che a tempo e luogo l'avrebbe detto a cui si
doveva. La Signora non ebbe più pace.
Che orrenda consulta! le tre sciagurate, e il loro infernale
consigliero deliberarono sul modo di imporre silenzio alla suora. Il modo fu
pensato e proposto da lui con indifferenza, e acconsentito dalle altre con
difficoltà, con resistenza, ma alla fine acconsentito. Geltrude fece più
resistenza delle altre, protestò più volte che era pronta a tutto soffrire
piuttosto che dar mano ad una tanta scelleratezza, ma finalmente vinta dalle
istanze di Egidio e delle due, e nello stesso tempo dal suo terrore, venne
ad una transazione con la quale ella si sforzò di fingere a se stessa che
sarebbe men rea: pattuì ella dunque che non si sarebbe impacciata di nulla,
ed avrebbe lasciato fare.
Presi gli orribili concerti, determinato dalle esortazioni di
Egidio al sangue l'animo di quella che fu scelta a versarlo; costei si
ravvicinò alla suora condannata e le parlò di nuovo di quegli antichi
sospetti, in modo da crescerle la curiosità. E la curiosità era stimolata in
essa dal desiderio di vendicarsi della Signora; ma per farlo con sicurezza,
aveva essa stessa bisogno di esser sicura. La traditrice, mostrando che non
le convenisse di stare più a lungo assente dalla Signora per darle sospetto,
lasciò la suora nel forte della curiosità, e nella speranza di scoprire
qualche cosa; e come questa insisteva per trattenerla, le propose di venire
la notte al quartiere, dove l'avrebbe potuta nascondere nella sua cella, e
dirle il di più, e forse renderla testimonio di qualche cosa. La meschina
cadde nel laccio. Venuta la notte ella si trovò nel corridojo, dove la suora
omicida le venne incontro chetamente, e la condusse nella sua cella: quivi,
preso il pretesto dei servigj della Signora per partirsi, promettendo che
tornerebbe tosto; la fece nascondersi tra il letticciuolo e la mura,
raccomandandole di non muoversi finch'ella non la chiamasse. Uscì quindi a
render conto del fatto all'altra suora e allo scellerato che aspettavano in
un'altra stanza, e pigliato da Egidio l'orribile coraggio che le
abbisognava, entrò nella cella armata d'uno sgabello con la sua compagna.
Nella cella non v'era lume, ma quello che ardeva nella stanza vicina vi
mandava per la porta aperta una dubbia luce. La scellerata parlando con la
compagna, perché la nascosta non si muovesse, e parlando in modo da farle
credere ch'ella cercava di rimandare la sua compagna come importuna, andò
prima pianamente verso il luogo dove la infelice stavasi rannicchiata,
quindi giuntale presso le si avventò, e prima che quella potesse né
difendersi né gettare un grido né quasi avvedersi, con un colpo la lasciò
senza vita.
CAPITOLO VI
Accorse al romore Egidio che stava alla bada nella stanza
vicina, ed incontrò le colpevoli che fuggivano spaventate, come avrebbero
fatto se per caso e a mal loro grado si fossero trovate presenti ad un
misfatto. Egidio le fermò, e chiese premurosamente se la cosa era fatta.
«Vedete», rispose tremando l'omicida. «Ebbene! coraggio», replicò lo
scellerato, «ora bisogna fare il resto»; e dava tranquillamente gli ordini
all'una e all'altra su le cose da farsi per togliere ogni vestigio del
delitto. Avvezze, come elle erano, ad ubbidire a colui che aveva acquistata
una orribile autorità su gli animi loro, a colui che faceva loro sempre
paura, e dava loro sempre coraggio; e rianimate, e come illuse dall'aria
naturale con la quale egli dava quegli ordini, come se si trattasse di una
faccenda ordinaria; raccomandando ora la prestezza, ora il silenzio, elle
fecero ciò che era loro comandato. «E la Signora, perché non viene ad
ajutarci?» disse l'omicida: «tocca a lei quanto a noi, e più». «Andate a
chiamarla», rispose Egidio: l'omicida che cercava anche un pretesto per
allontanarsi, almeno per qualche momento, da quel luogo e da quell'oggetto
che le era insopportabile, si avviò alla stanza di Geltrude. Questa si stava
nelle angosce di chi sente l'orrore del delitto, e lo vuole. Sedeva, si
alzava, andava ad origliare alla porta: intese il colpo, e fuggì ella pure a
rannicchiarsi nell'angolo il più lontano della sua stanza, orribilmente
agitata tra il terrore del misfatto, e il terrore che non fosse ben
consumato. L'omicida entrò, e disse: «abbiamo fatto ciò ch'era inteso: non
resta più che di riporre le cose in ordine: venite ad ajutarci». «No no, per
amor del cielo», rispose Geltrude. «Che c'entra il cielo?» disse l'omicida.
«Lasciami, lasciami» continuò Geltrude. «Come!» replicò l'omicida «chi è
stata quella...?» «Sì è vero» rispose Geltrude; «ma tu sai ch'io sono una
povera sciocca nelle faccende; non son buona da nulla; lasciami stare per
amor...» Gli atti e il volto di Geltrude riflettevano in un modo così
orribile l'orrore del fatto, che l'omicida non potè sopportare la sua
presenza, e tornò in fretta presso a colui, l'aspetto del quale pareva dire:
- non è nulla -. «Non vuol venire», diss'ella, con un moto convulso delle
labbra, che avrebbe voluto essere un sorriso di scherno: «non vuol venire: è
una dappoca». «Non importa», rispose Egidio; «non farebbe altro che
impacciare; ecco tutto è finito senza di lei». «Resta ancora...» volle
cominciare l'omicida, ma non potè continuare. «Ebbene» disse Egidio, «questa
è mia cura; datemi tosto mano, e poi lasciate fare a me». Le donne
obbedirono: Egidio carico del terribile peso ascese per una scaletta al
solajo: e l'omicidio uscì per la porta che era stata aperta al sacrilegio.
Quando lo scellerato fu nelle sue case, cioè in quella parte disabitata che
toccava il monastero, discese per bugigattoli e per andirivieni dei quali
egli era pratico, ad una cantina abbandonata, o che non aveva forse mai
servito; quivi in una buca scavata da lui, il giorno antecedente, depose il
testimonio del delitto; lo ricoperse, e pigliati da un mucchio che ivi era,
cocci, mattoni e rottami, ve li gettò sopra per ricoprirlo, proponendosi di
trasportare poco a poco su quel sito tutto il mucchio, un monte se avesse
potuto. Le due donne rimaste sole, esaminarono in silenzio, se tutto era
nello stato di prima; e poi... che avevano a dirsi? L'omicida, ruppe il
silenzio, dicendo: «andiamo a cercare la Signora»; l'altra le tenne dietro
senza rispondere.
Bussarono sommessamente alla porta di Geltrude, la quale vi
stava in agguato, e disse macchinalmente: «chi è?» «Chi potrebb'essere?»
rispose l'omicida: «siam noi, apri e vieni, e vedrai che le cose sono tutte
come jeri». Geltrude aprì, e venne con loro nella più orrenda stanza di
quell'orrendo quartiere: volse in giro entrando un'occhiata sospettosa, e
disse: «che faremo qui?» «Quel che faremmo altrove», rispose l'omicida.
«Perché non andiamo nella mia stanza?» replicò Geltrude. «È vero», disse
quella che non aveva mai parlato; «è vero; andiamo nella stanza della
Signora». Ognuna delle tre sciagurate sentiva nella sua agitazione come il
bisogno di far qualche cosa, di appigliarsi ad un partito che avesse qualche
cosa di opportuno; e nessuna sapeva pensare quello che fosse da farsi:
quando una faceva una proposta, le altre vi si arrendevano, come ad una
risoluzione. Geltrude si avviò, le altre le tennero dietro, e tutte e tre
sedettero nella stanza di Geltrude.
«Accendete un altro lume», disse questa.
«No, no», rispose questa volta l'omicida: «ve n'è anche
troppo: abbiamo ristoppate le finestre, è vero, ma se qualche educanda
vegliasse...»
«Santissima...!» proruppe con un moto involontario di
spavento, Geltrude, e non terminò l'esclamazione, spaventata in un altro
modo del nome puro e soave che stava per uscirle dalle labbra.
«E perché dunque», continuò rimessa alquanto, «perché avete
lasciato il lume nell'altra stanza?»
«Perché...» rispose l'omicida: «non si ha testa da far
tutto».
«Andate a prenderlo».
«Andate, andate... andiamo insieme».
Le due serventi partirono, Geltrude le seguì fino alla porta
aspettando che tornassero col lume. Lo deposero sur una tavola, lo spensero,
e sedettero di nuovo intorno a quello che ardeva da prima. Stavano così
tacite, guardandosi furtivamente di tratto in tratto; quando gli sguardi
s'incontravano ognuna abbassava gli occhi come se temesse un giudice, e
avesse ribrezzo d'un colpevole. Ma l'omicida più agitata, e agitata in modo
diverso dalle altre, cercava ad ogni momento di cominciare un discorso,
voleva parlare del fatto e del da farsi come di cosa comune, parlava sempre
in plurale, come per tenere afferrate le compagne nella colpa, per essere
nulla più che una loro pari. Concertarono finalmente la condotta da tenersi
quel primo giorno, perché nei concerti presi antecedentemente non avevano
preveduti che i pericoli materiali: non avevano pensato che al modo di
commettere il delitto segretamente, e di cancellarne ogni traccia esterna;
ma il delitto aveva loro appresa un'altra cosa; che il sangue si sarebbe
rivelato nei loro atti, nel loro contegno, nel loro volto. Stabilirono
dunque che Geltrude si direbbe indisposta, che avrebbe un forte dolor di
capo, che starebbe chiusa all'oscuro nella sua stanza, e le altre si
rimarrebbero ad assisterla. Ma in questo concerto stesso, quante difficoltà,
quanti dibattimenti! Il punto più terribile era di decidere a quale delle
due serventi sarebbe toccato di avvertire le suore della indisposizione di
Geltrude, per evitare che, non vedendola comparire, o la badessa, o qualche
suora non venisse nel quartiere a chiederne novella. Ognuna voleva rigettare
su l'altra questo incarico. L'omicida aveva una buona ragione per esimersi;
ma questa ragione, poteva ella parlarne? Dire: - io sarò più confusa, più
tremante, perché... - Cercava ella dunque pretesti come l'altra, ma li
sosteneva con più furore. Geltrude indovinò, anzi sentì quella ragione, e
persuase l'altra ad assumersi l'incarico, dicendole che sarebbe stato facile
e spedito annunziare la sua indisposizione dalla finestra ad una delle suore
che governavano le educande, pregando nello stesso tempo che non si facesse
romore per non disturbarla.
Egidio intanto eseguiva gli altri concerti che erano stati
presi, o per dir meglio ch'egli aveva proposti; giacché il disegno era tutto
suo. Occultata la vittima, egli uscì di notte fitta, accompagnato da alcuni
suoi scherani, come soleva non di rado per qualche spedizione. Gli dispose
in un luogo distante da quello a cui aveva disegnato di portarsi, e gli
lasciò come a guardia, lasciando loro credere che andasse ad una delle sue
solite avventure. Quindi per lunghi circuiti si condusse ad un campo
disabitato col quale confinava l'orto del monastero, e ne era diviso dal
muro. Ivi, dopo d'aver ben guardato intorno se nessuno vi fosse, si trasse
di sotto il mantello gli stromenti da smurare che aveva portati nascosti con
le armi; e pian piano in una parte del muro già intaccata dal tempo, e
ch'egli aveva fissata di giorno, aperse un pertugio, tanto che una persona
potesse passarvi. Riprese i suoi ferri, si ravvolse nel mantello, e
camminando non senza terrore minacciato com'era da più d'un nemico,
raggiunse i suoi scherani; si mostrò ad essi lieto, s'avviò con essi, gittò
per via qualche motto misterioso di altre avventure, e tornò alla sua casa.
Il mattino vegnente una suora mancò; si corse alla sua cella; non v'era; le
monache si sparpagliarono a ricercarla; ed una che andava per frugare
nell'orto, vide da lontano... - Possibile? un pertugio nel muro. - Chiamò le
compagne a tutta voce: si corse al pertugio; «è fuggita; è fuggita». La
badessa venne al romore: lo spavento fu grande; la cosa non poteva
nascondersi; la badessa ordinò tosto che il pertugio fosse guardato
dall'ortolano, che si mandasse per muratori, onde chiuderlo, e che si
spedisse gente per raggiungere la sfuggita. Il lettore sa che pur troppo
ogni ricerca doveva riuscire inutile. L'occupazione che questo affare diede
a tutte le monache fece che le tre che erano la trista cagione di tutto,
fossero lasciate in pace, o per meglio dire, sole.
È facile supporre che da quel giorno in poi il carattere di
Geltrude (giacché di essa sola esige la nostra storia che ci occupiamo) fu
sempre più stravolto. Combattuta continuamente tra il rimorso e la
perversità, tra il terrore d'essere scoverta, e un certo bisogno di lasciare
uno sfogo alle sue tante passioni, e tutte tumultuose, dominata più che mai
da colui che ella risguardava come l'origine dei suoi più gravi, più veri e
più terribili mali, e nello stesso tempo come il suo solo soccorso,
l'infelice era nel suo interno ben più conturbata, e confusa che non
apparisse nel suo discorso, per quanto poco ordinato egli fosse. Una
immagine la assediava perpetuamente, e non è mestieri dire quale. Tentava
ella di rappresentarsi alla fantasia la sventurata suora, quale l'aveva
veduta infocata di collera e con la minaccia sul labbro quell'ultimo giorno.
Ma l'immagine s'impallidiva sempre nella sua mente, invano ella cercava di
raffigurarla con la testa alta, con l'occhio acceso, con una mano sul
fianco; la vedeva indebolirsi, non poter reggere, abbandonarsi, cadere, se
la sentiva pesare addosso. Per togliere ogni sospetto, e nello stesso tempo
per dare un altro corso alle sue idee, procurava ella di toccar materie
liete o indifferenti di discorso; ma ora il rimorso, ora la collera contra
tutti quelli che le erano stata occasione di cadere in tanto profondo, ora
una, ora un'altra memoria si gettavano a traverso alle sue idee, le
scompaginavano, e lasciavano nelle sue parole un indizio del disordine che
regnava nella sua mente. E quella regola nei discorsi, quel contegno nei
modi ch'ella non poteva avere naturalmente, e per ispirazione dalla pace
dell'animo, non aveva i mezzi per trovarlo nella esperienza e per
comandarselo. La sua esperienza non era altro che del chiostro, di quel poco
che aveva veduto nel tempo burrascoso passato nella casa paterna, e di ciò
che aveva imparato dall'infame suo maestro; le sue idee erano un
guazzabuglio composto di questi elementi, ed ella non aveva potuto attingere
d'altronde cognizioni per fare almeno una scelta in questi elementi. Le sue
parole e il suo contegno sarebbero state uno scandalo insopportabile in un
secolo meno bestiale di quello; ma allora la stranezza universale non
lasciava spiccare la sua al punto da farne un oggetto di maraviglia
singolare.
Due anni erano già trascorsi da quel giorno funesto al tempo
in cui la nostra Lucia le fu raccomandata dal padre cappuccino, il quale,
come pure ogni altro del monastero, e di fuori, conosceva bene la Signora
per un cervellino, ma era lontano dal sospettare quale in tutto ella fosse.
Siamo stati più volte in dubbio se non convenisse stralciare
dalla nostra storia queste turpi ed atroci avventure; ma esaminando
l'impressione che ce n'era rimasta, leggendola dal manoscritto, abbiamo
trovato che era una impressione d'orrore; e ci è sembrato che la cognizione
del male quando ne produce l'orrore sia non solo innocua ma utile.
Abbiamo lasciata, se il lettore se ne ricorda, Lucia sola nel
parlatorio con la Signora. Il dialogo fra quelle due così dissimili creature
continuò a questo modo:
«Ora», disse la Signora, «parlate con libertà. Qui non c'è né
madre né padre; e ditemi il vero, perché le bugie che mi potreste dire, le
ravviserei tosto come una antica conoscenza: non temete di nulla: qualunque
sia il vostro caso, io vi proteggerò, purché siate sincera con me». Lucia
pose la picciola destra sul cuore, e con quell'accento che toglie ogni
dubbio, rispose: «Signora, la verità è quello che ha detto mia madre, e che
ha scritto il padre Cristoforo: io non ho mai giurato finora, ma se Ella,
reverenda signora vuole ch'io giuri in questa occasione, io son pronta a
farlo».
«Non dite più, che vi credo», rispose la Signora. «Ma
contatemi dunque tutta questa storia». E qui cominciò ad affogare Lucia
d'inchieste, volendo sapere tutti i particolari della persecuzione di Don
Rodrigo, e delle relazioni di Lucia con Fermo.
Questa curiosità era come ognuno può figurarselo assai
molesta alla povera Lucia. All'istinto del pudore ed alla ripugnanza
naturale di parlare di se stessa su questa materia, si aggiungeva il timore
anche di dire qualche cosa di sconvenevole in presenza della reverenda
madre. Lucia che aveva parlato con un uomo, e che gli aveva dato promessa di
sposarlo, che aveva tentato un matrimonio clandestino si riguardava come una
donna esperta e più forse che non conveniva, nelle cose del mondo, come una
scaltritaccia al paragone di una monaca, velata, rinchiusa, separata dal
consorzio degli uomini, e pigliava le inchieste della Signora a un di presso
come si fa a quelle talvolta indiscretissime dei ragazzi, dalle quali uno si
sbriga alla meglio, cercando di non rispondere direttamente e di mandare in
pace l'interrogante.
E quanto le domande erano più avanzate, Lucia le attribuiva
ancor più ad una pura e santa ignoranza. Rispose dunque sopra Fermo, che
quel giovane l'aveva chiesta a sua madre e che essendo a lei dalla madre
proposto il partito, ella lo aveva accettato volentieri, e che tanto bastava
per conchiudere un matrimonio. Ma per ciò che risguardava Don Rodrigo, per
quanto Lucia ponesse cura a schermirsi, le fu pur forza entrare in qualche
particolare, per ispiegare alla Signora la persecuzione ch'ella aveva
sofferta, e contra la quale cercava un ricovero.
«Egli pativa dunque davvero per voi», domandò la Signora.
«Io non so di patire», rispose Lucia, «so bene che avrebbe
fatto meglio per l'anima e per il corpo a lasciarmi attendere ai fatti miei,
senza curarsi d'una tapinella che non si curava niente di lui».
«Poveretto!» sclamò la Signora, con una certa aria di
compassione, nella quale pareva tralucesse quasi un rimprovero a Lucia.
«Poveretto?» riprese questa, «Poveretto? Oh Madonna del
Carmine! Ella lo compatisce, illustrissima!»
«Sì, poveretto», rispose la Signora. «Convien dire che voi
non abbiate mai avuto chi vi volesse male, giacché sentite tanto orrore per
chi vi ha voluto bene. Birbone, cattivo, tiranno! Che parolone, figliuola,
per una quietina, come parete! E la carità del prossimo?... Se gli aveste
provati i tiranni davvero...! Vorrei un po' che mi ripeteste le ingiurie che
vi diceva, per vedere quanta ragione avete di chiamarlo con questi nomi».
«Le ingiurie dei signori», rispose Lucia con quella sicurezza
che non manca mai a chi comincia un discorso con una persuasione viva ed
intima, «le ingiurie dei signori, sono tremende pei poverelli; ma se gli era
pur destino che quel signore dovesse aver qualche cosa a dirmi, sa il cielo,
che io sarei ben contenta che m'avesse detto ogni sorta d'ingiurie piuttosto
che quello che mi è toccato sentire da lui. Io non avrei risposto, le avrei
sofferte, è il destino di noi poverelli; e quando egli si fosse stato
stanco, l'avrebbe finita; ed ora io non sarei qui lontana dalla mia patria,
come una sbandata, a domandare un ricovero per amor di Dio; sarei... pensi,
Signora, s'io posso dir bene di lui. Non ch'io gli desideri del male, no
grazie a Dio, ma quanto al bene ch'egli mi poteva volere... Santissima
Vergine, che razza di bene! Io non vorrei dir cose da non dirsi in sua
presenza, signora madre, e, so ben io quel che dico; ella sa molto di cose
alte, di quelle che si trovano sui libri, ma le cose del mondo non è
obbligata a conoscerle, e certe cose che potrei contare sarà meglio
tacerle».
«Vi ho detto di parlare con sincerità: dite pur tutto»;
rispose la Signora ridendo, e senza quell'imbarazzo che le aveva cagionata
una proposizione somigliante nella bocca del padre guardiano.
«Spero dunque di poter parlare con prudenza», riprese Lucia,
«ma di poterle far toccare con mano che cosa poteva essere il bene di quel
Signore. Sappia che io non sono stata la prima, a cui per mala sorte egli
abbia badato. Eh!... le cose si sanno purtroppo: e d'una poveretta in
particolare, io non ho potuto a meno di non saperlo, perché eravamo amiche,
e me ne piange il cuore tuttavia. Questa poveretta - non la nomino - diede
retta al bene di quel signore; e sa ella che ne avvenne? Cominciò a
disubbidire ai suoi parenti; quando fu ammonita si rivoltò; la casa le venne
in odio, non ebbe più amiche, disprezzava tutti, e diceva - puh villani! -
come avrebbe potuto fare una gran dama. Quando i parenti s'avvidero di
qualche cosa, sulle prime negò, e poi, rispose in modo da fargli tacere per
paura. Comparve con un vestito troppo bello per una ricca sposa, e credeva
la poveretta che tutti avrebbero fatte le maraviglie, e l'avrebbero
inchinata, e tutti la sfuggivano: i ragazzi le facevano dietro mille visacci.
Un fior di giovane, mi compatisca se parlo male, che voleva ricercarla in
matrimonio, non la guardò più; nessuno le parlava, nessuno voglio dire della
gente come si deve, perché i cattivi se le avvicinavano per la via con una
famigliarità come se le fossero sempre stati amici, e fino, a parlare con
poca riverenza, i birri, la salutavano ridendo, e le gittavano parole da non
dire. Poveretta! di tratto in tratto pareva più lieta che non fosse mai
stata, ma le lagrime che spargeva in segreto! e quante volte la vedevamo da
lontano piangente, e si nascondeva da noi: e io mi ricordava di quando ell'era
allegra come un pesce, di quando ridevamo insieme alla filanda. Basta: la
disgraziata non potè più vivere nel suo paese, e un bel mattino, fece un
fagottello, e finì a girare il mondo».
«Girare!» interruppe la Signora, «non è poi la peggior
disgrazia».
«E tutto questo», continuò Lucia, «senza parlare dal tetto in
su; perché all'altro mondo, Dio sa come andranno le cose. Ma povera la mia
Bettina! oh poveretta me, ho detto il nome... spero che Dio le farà
misericordia; perché poi finalmente è stata tradita. Ma per me dico davvero,
che se per andare in paradiso bisognasse fare la vita di quella povera
figlia, la mi parrebbe ancora molto dura».
«Ma quel signore», riprese la monaca, «era egli di stucco?
non la sapeva far rispettare? lasciava la briglia sul collo a quei
tangheri?»
«Fortunata lei», rispose Lucia, «che non sa come vanno queste
cose. Il signore dopo qualche tempo non si curò più di quella meschina; e si
venne a sapere che un giorno ch'ella si lagnava con lui d'essere
disprezzata, egli le rispose: - si provino un po' a farvi qualche sgarbo in
mia presenza, e vedranno -. Tutto quello che la poverina doveva patire fuori
della sua presenza, non era niente. Ma tutto questo non bastava a
disingannarla: soffriva, ma non sapeva staccarsi da colui. Finalmente
bisognò che fossi tormentata io per farle conoscere il suo stato. Quando
costui, sfacciato!... cominciò a pormi gli occhi addosso, allora...»
«È un vile birbante», interruppe la signora, «avete ragione:
avete fatto bene a voltargli le spalle, e io vi proteggerò».
«Dio gliene renda il merito. Le diceva ben io che se avesse
saputo...»
«Sì sì, è un birbante: son tutti così costoro. Date loro
retta sul principio: voi, voi sola siete la loro vita: che cosa sono le
altre? nulla; voi siete la sola donna di questo mondo, e poi;... Fortunata
voi che potete sbrigarvene. Vi avrebbe voluta vedere amica di Bettina...
amica! e sprezzarvi tutte e due; e vi so dire io come vi avrebbe trattate;
peggio che da serve. Se aveste fatto il primo passo...»
Lucia teneva gli occhi sbarrati addosso alla signora, come
stupefatta ch'ella ne sapesse tanto addentro. Geltrude rinvenne e s'avvide
che questo suo modo di disapprovare il seduttore non era più conveniente
alla sua condizione di quello che fosse stato quel primo compatimento, e che
invece di togliere il sospetto o almeno lo stupore che quello poteva aver
fatto nascere, lo avrebbe accresciuto, e si ripigliò dicendo:
«Del resto, son cose che io non posso conoscere; ma già
l'avrete inteso anche dai predicatori che quelli che seducono le povere
figliuole sono i primi a sprezzarle. E se da principio, io ho mostrato
qualche dispiacere per colui, è perché non vi eravate bene espressa; io
credeva che alla fine egli avesse intenzione di sposarvi».
«Sposarmi! sposarlo!» esclamò Lucia, maravigliata di questo
pensiero che supponeva l'accordo di due volontà, d'una delle quali ella
sentiva, e dell'altra sapeva che ne erano le mille miglia lontane. Geltrude
credette che Lucia non alludesse ad altro ostacolo che alla differenza delle
condizioni. «E perché no?» rispose, e abbandonandosi alla intemperanza della
sua fantasia continuò: «Perché no, sposarvi? Se ne vede tante a questo
mondo. Sareste la Signora Donna Lucia: che maraviglia! non sareste la donna
più stranamente nominata di questo mondo. Avete sentito come mi chiamava
quel buon uomo con la barba bianca che vi ha condotta qui? - Reverenda
madre.- Io, vedete, sono la sua reverenda madre. Bel bambino davvero ch'io
ho». E a questa idea si pose a ridere sgangheratamente: ma tosto
aggrondatasi, e levatasi a passeggiare nel parlatorio... «madre!...»
continuò... «avrei dovuto sentirmelo dire, non da un vecchio calvo e barbato:...
