
Nacque a Pescara nel 1863 da Francesco Paolo Rapagnetta D'Annunzio e Luisa De Benedictis. La sua famiglia benestante e
borghese, lo ricoprì di attenzioni, data la sua vitalità e precocità
intellettuale.
Compì i suoi studi superiori nel prestigioso
collegio Cicognini di Prato, dove iniziò a scrivere le sue prime poesie di
chiaro accento carducciano che, raccolte nel volume Prime Vere, fu
pubblicato nel 1879, quando l'autore era ancora collegiale.
Nel 1881 si trasferì a Roma per iscriversi
alla facoltà di lettere, ma la vita della capitale lo distolse dagli studi
regolari (non conseguirà mai la laurea). Nel 1882 pubblicò Canto Novo e
Terra vergine che lo imposero all'attenzione della cultura italiana.
Nel 1883, sposò la principessa Maria
Hordouin di Gallese, da cui ebbe tre figli.
A Roma iniziò con successo la sua attività
di giornalista; dal 1884 al 1888 collaborò con il giornale mondano "La
Tribuna", attività che lo introdusse nei salotti bene e che come esperienza
gli tornerà utile nelle rappresentazioni raffinate e frivole, sviluppate nel
suo primo romanzo " Il Piacere".
L'attività di cronista mondano, i processi e
i vari duelli, le polemiche letterarie sollevate dall' "Intermezzo di rime"
del 1883 ed infine i numerosi amori, tra cui quello con la Duse, popolarono
per molti anni le cronache mondane dei giornali.
Nel 1897 venne eletto deputato per l'estrema
destra, ma pochi anni dopo (1900) a causa della repressione del governo
Pelloux, si schierò polemicamente a sinistra.
Visse fino al 1910 a Settignano in Toscana
nella villa La Capoccina sontuosamente arredata e nel lusso più sfrenato.
Nel periodo che dal 1898 va al 1910,
scrisse alcune della sue opere più belle "il Fuoco" in prosa e in poesia il
ciclo delle "Laudi".
Nel 1904 cessò l'idillio con Eleonora Duse,
ma molte altre relazioni si susseguirono.
Coperto di debiti, che lo costrinsero a
vendere molti mobili della sua lussuosa villa, nel 1910 emigrò in Francia.
Richiamato in Italia dallo scoppio della
guerra, da fervente interventista, si prodigò per una campagna di enfatico
nazionalismo. Dopo la celebre impresa del volo su Vienna e quella della
Beffa di Bucari, aderendo alle polemiche dei nazionalisti che accusavano il
governo di resa, alla fine della guerra organizzò la marcia su Fiume, che
conquistò e diresse fino all'arrivo dell'esercito regolare italiano che
ovviamente lo fece sloggiare. D'Annunzio definì questo evento come "Natale
di sangue".
Divenuto inutile al regime fascista, oramai
consolidatosi al potere, trascorse gli ultimi anni della sua vita sul lago
di Garda a Gardone Riviera nel Vittoriale degli Italiani, dove morì nel
1938.
LE
OPERE
Dopo Primo Vere, raccoltina poetica
adolescenziale, pubblicata poco più che sedicenne, pubblicò Canto Novo,
nel quale, pur ancora dominando i metri barbari del maestro Carducci,
risalta già lo stile dannunziano: vi è un sentimento di violenta gioia di
vivere che è quasi un superamento del classicismo carducciano. Nell'Intermezzo
di rime del 1883, (che susciterà scandalo per l’erotismo dei testi),
l'intima partecipazione alla vita della natura sembra seguire un momento di
involuzione, di stanchezza. Vi è più introspezione psicologica e morale, che
risulterà dominante in questa fase e che si chiuderà con il Poema
Paradisiaco del 1893
I romanzi IL PIACERE del 1889, e
L'INNOCENTE del 1892, mettono in risalto la nascente galleria del
superuomo dove i temi dominanti sono l’estetismo, l’edonismo e l’erotismo.
Dopo aver scritto questi due romanzi
incontrò Nietzche ed abbracciò tutta la sua filosofia in cui egli vide una
mitologia dell'istinto, un repertorio di gesti e di convenzioni che
permisero al dandy di trasformarsi in superuomo: temi che, ovviamente,
fecero presa in un mondo di democrazia fragile e contrastata. Risultano così
ancor più ispirati dal tema del superuomo i due romanzi Trionfo della
Morte del 1894 e la Vergine delle Rocce del 1895.
Molto importante per D'Annunzio risultò il
viaggio fatto verso la Grecia che lo ispirò per la stesura dei poemi delle
Laudi (Maia).
L'incontro con l'attrice teatrale Eleonora
Duse avvicinò D'Annunzio all'opera teatrale e gli rivelò la realtà
complessa della moltitudine, dove il pubblico non è anonimo e distante, ma
una forza da conquistare con un dialogo diretto.
Si collocano in questa fase letteraria molti
testi teatrali di vario genere prima in prosa e poi in versi, tra cui si
ricordano: Sogno di un mattino di primavera, La città morta, La
gloria, Francesca da Rimini (tragedia in versi), La figlia di Iorio, Più
che l'amore, La nave (di marca imperialista), Fedra ( di tematica
incestuosa) ecc.
Nel ciclo delle Laudi, per ampi
tratti, si ha il massimo dei risultati poetici di D'Annunzio.
Ogni libro doveva avere il nome da una
stella della costellazione delle Pleiadi, ma dell’ambizioso progetto videro
la luce solo Elettra, Maia e Alcyone.
Maia
inaugurò il ciclo: essa è quasi interamente occupata dalla lode alla vita,
resoconto mitico e oratorio della crociera fatta in Grecia nel 1895 in cui
si esalta il superuomo, il novello Ulisse.
Elettra
è l’estrinsecazione di tematiche politiche.
Alcyone
è il top, in cui il vate toccò il vertice del suo lavoro poetico. Anche in
questo libro D'Annunzio trasfigurò il dato naturale (un soggiorno in Toscana
con la Duse)
L'opera ha l'organicità di un canzoniere
dove dal trionfo dell'estate si piega alla malinconia dell'autunno. Alcune
delle liriche più importanti dell'Alcyone sono: Meriggio, La morte
del cervo, Il fanciullo, L'oleandro, La sera
fiesolana, La pioggia nel pineto.
L'ULTIMO D'ANNUNZIO
Nel 1910 uscì l'ultimo romanzo di D'Annunzio
Forse che si forse che no, nel quale ancora una volta utilizzò
esperienze autobiografiche. Protagonista del romanzo è Paolo Tarsis,
aviatore ( come lui in quel momento) ancora una volta superuomo; incesto e
follia sono le due tematiche dominanti sullo sfondo di Mantova e Volterra.
Ultima ispirazione letteraria di D'Annunzio
fu la prosa di diario e di memoria, senza filo narrativo, mera indagine
nella profonda interiorità umana. A questa fase appartengono una serie di
opere: Le Faville del maglio, Contemplazione della morte,
composta per amici scomparsi (uno dei quali è Pascoli), il breve racconto
La Leda senza cigno e Notturno, scritto in semi-cecità dopo un
incidente aviatorio: queste ultime opere sono il resoconto di vicende
belliche, ricordi di amici caduti e diario lirico.
Il suo ultimo lavoro è Cento e cento e
cento e cento pagine del libro segreto di D'Annunzio tentato di morire,
raccolta di appunti e frammenti spesso preesistenti.
In insopportabili atteggiamenti di superuomo
come aveva vissuto, vecchio e recluso nel suo stesso mito, morì nella sua
casa-museo, il Vittoriale, nel 1938.
LA
CRITICA
Su D'Annunzio e sul valore complessivo
dell'opera dannunziana, la critica non è sempre concorde. C'è chi come Croce
e gli idealisti in generale lo definiscono "dilettante" di sensazioni, ai
livelli più superficiali legati al senso più che al sentimento.
Le analisi più profonde del suo fare poetico
sono invece venute da Gargiulo, Serra e De Robertis che hanno scandagliato
più la sua arte che l'uomo e dalle quali emergono in assoluto tre opere che
influenzeranno anche parte della letteratura del ‘900.
Le opere ricorrenti nella "critica
positiva" sono: Canto Novo e Alcyone. L'impressionismo del Notturno,
caratterizzato dal frammento è abbastanza vicino alla letteratura dei
vociani anche se quest'ultimo è visto più come rappresentazione esistenziale
che sensuale. In sostanza la critica condanna le opere in cui vi è
commistione di superuomo, incesto e follia ed esalta l'opera poetica, la
lirica che tocca con l'Alcyone il punto più alto.