Lucia
usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si
rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei
s'andava schermendo, con quella modestia un po' guerriera delle contadine,
facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando
i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s'apriva al sorriso. I
neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile
dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce,
trapassate da lunghi spilli d'argento, che si dividevano all'intorno, quasi
a guisa de' raggi d'un'aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese.
Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d'oro a
filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate
e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a
pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch'esse,
a ricami. Oltre a questo, ch'era l'ornamento particolare del giorno delle
nozze, Lucia aveva quello quotidiano d'una modesta bellezza, rilevata allora
e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia
temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra
di quand'in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le
dà un carattere particolare.
Da “I
Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni
